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Oltre le mitologie giuslavoristiche

Molti mesi fa avevo esposto le mie riserve sulle idee che Pietro Ichino e altri studiosi avevano avanzato per superare alcuni problemi che affliggono il nostro mondo del lavoro. Finalmente oggi Stefano Fassina, responsabile economia e lavoro del Partito Democratico, avanza una proposta decisamente più concreta che elimina molte delle contraddizioni che erano presenti nei precedenti progetti di riforma.

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Confusioni senili

Ad una certa età può capitare di fare confusione fra la riforma della Costituzione e i problemi del Partito Democratico. E’ successo a Romano Prodi oggi sul Messaggero.

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Gli ottantenni più meravigliosi del pianeta

Che cosa deve succedere perché la sinistra invece di partire da questo continuo e insopportabile parlare di sé e dei suoi organigrammi si decida a tentare una nuova analisi della realtà? Dico realtà. Cioè non il chiacchiericcio riformista e politologico di questi anni, e nemmeno solo voti, modi di pensare, giustissime considerazioni sulla nostra debole presenza in molti territori. Dico mutazione dell’identità nazionale, crisi dello stato di fatto, cioè dell’essere sociale e culturale degli italiani. Calma e gesso. Evitiamo di drammatizzare.

La nostra sconfitta consiste in questo stare solo sulla cronaca politica, quasi ignari di processi più di fondo. Ma nemmeno la destra vince. Il «sultano» che non risponde ai giudici e alle regole perché sarebbe l’eletto del popolo ha preso solo il 32% dei voti espressi. E se calcoliamo l’astensione, scopriamo che solo 17 italiani su 100 hanno votato per lui. La Lega avanza in una delle regioni più ricche del mondo (il Nord d’Italia: 20 milioni di abitanti) mentre la Campania e la Calabria ritornano sotto il pieno controllo di forze senza volto.

Sono cose che dovrebbero spingere a pensare la politica, non come la «tabula rasa» di ogni ideologia, ma come invece è: un problema di idee di visione del futuro di impegno morale. Le solite chiacchiere di un vecchio comunista? Forse. In realtà stiamo assistendo a qualcosa che era in atto da tempo (vedi gli inutili articoli di Alfredo Reichlin) ma che configura ormai una sorta di cambiamento in diretta della fisionomia storica e culturale del Paese che abitiamo. Quindi la domanda che le cose rivolgono alla politica e ai partiti compreso il nostro, è chiara: dove pensiamo di riposizionare l’Italia, non come singole regioni (i famosi «territori») ma come organismo vivente capace di tenere insieme veneti e calabresi?

Esattamente la domanda che Galli Della Loggia ha posto alla Lega: riuscirà questo partito di Bossi a trasformarsi in una forza in grado di elaborare una prospettiva non solo «padana» ma nazionale? Forse se questa domanda, alla quale la Lega non è assolutamente in grado di rispondere, ce la ponessimo noi, potremmo – dico forse – assistere al miracolo: i capi di questo partito che smettono di piangersi addosso e che cominciano a tirarsi su i pantaloni per discutere tra loro, non sul chi comanda, ma sul fatto che una grande prateria si è aperta davanti a noi: la necessità di elaborare una nuova «idea nazionale». Non è poco ma questo bisogna fare. E farlo con la serietà e l’umiltà di chi sa che nessuno ha già le risposte e che queste vanno ricercate insieme, formando cioè un «gruppo dirigente», plurale ma coeso perché consapevole della missione che gli è capitata addosso. Vogliamo davvero ritornare alla politica come impegno morale? Questa è la strada.

Non bastano le poesie di Niki Vendola. Ci vogliono idee. Ecco ciò che voglio dire in sostanza ai giovani. Fatevi avanti, ma tirate fuori qualche idea forte oltre al certificato di nascita. La storia non ci dice che età avesse Giolitti al suo avvento, ma ricorda che idee mise in campo: riconobbe i diritti del mondo del lavoro, concesse il suffragio universale maschile, riformò il vecchio Stato sabaudo e reazionario. Del resto anche Berlusconi vinse dieci anni fa sulla base di idee nuove, sia pure perverse, sulla società degli individui e sulla sostanza del potere. Il paradosso attuale è che tutti invocano svolte, rinnovamento, addirittura «papi stranieri» (i quali sotto la regia di Ezio Mauro dovrebbero prendere in mano il Pd) ma non dicono dove stia il banco di prova di questo famoso rinnovamento.

Sta qui, cari amici. Sta nello scenario storico italiano davvero nuovo e denso di interrogativi inediti che il voto ha spalancato davanti ai nostri occhi. Dunque è qui dove si fissa finalmente in modo chiarissimo l’asticella dell’alternativa. Molta chiacchiera «riformista» di questi anni è alle nostre spalle. L’alternativa si fissa qui, dove è tornato in gioco l’assetto dello Stato repubblicano definito dalla mia generazione a prezzo di molto sangue e molti sacrifici. Non è affatto inevitabile la rottura dello Stato. Ma le ragioni dell’unità nazionale devono essere rielaborate, e ciò in un più stretto rapporto con l’Europa e col mondo. Forse un assetto federalistico è ormai inevitabile. Ma se si slabbra il tessuto della nazione saranno i diritti democratici e quelli dei più deboli a pagare.

(Alfredo Reichlin, L’Unità, 7 aprile 2010)

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Errori madornali

Errore madornale di questi anni è stato quello di improvvisare, quello di correre dietro all’editoriale del giorno per farsi venire un’idea di politica economica.

(Stefano Fassina, responsabile economico del Partito Democratico, dal Riformista di oggi)

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Meno male che c’è Bersani

(intervento di Pierluigi Bersani, Camera dei Deputati, 17 marzo 2010)


Signori Presidente e cari colleghi,

dopo 22 mesi di sforzi e districandoci tra processi brevi, medi e lunghi siamo riusciti a farvi parlare per ben tre ore di crisi economica e sociale. Il Governo è venuto a mani vuote. Era l’occasione, signor Ministro, non per fare la difesa d’ufficio di quel che si è fatto sin qui: era l’occasione per dire qualcosa di nuovo davanti all’evoluzione di questa crisi. Noi voteremo tutte le mozioni dell’opposizione e voteremo contro la mozione della maggioranza. Per motivare comincio col dire che noi siamo ottimisti, ma non del vostro ottimismo, un ottimismo che è sempre fatto di parole calmanti e di piccolo cabotaggio.

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Oltre Lisbona

Il responsabile economico del Partito Democratico, Stefano Fassina, torna sui punti già toccati la settimana scorsa dal ministro Tremonti e ripresi, seppur in contesti parzialmente diversi, da Roberto Gualtieri. Tutti e tre toccano un nervo scoperto che per anni è stato bandito da ogni discussione pubblica: l’Unione monetaria europea ha il difetto di basarsi su un paese, la Germania, virtualmente incapace di scegliere autonomamente un sentiero di crescita elevata perché buona parte del suo PIL dipende dalla produzione industriale, e troppa parte di questa dipende dalle esportazioni extra-UE, ovvero un elemento volatile e fuori dal controllo europeo, come la recente crisi ci ha dimostrato. Assordati dalla feroce propaganda che individuava tutti i problemi europei nel costo del lavoro e nei sistemi di sicurezza sociale, la questione è stata progressivamente accantonata e confinata all’esercizio accademico. Così negli ultimi dieci anni, accanto agli interventi – sostanzialmente falliti – volti a rendere l’UE l’area economica più competitiva del mondo, si sono da più parti ripetute richieste per una politica monetaria meno severa, capace di mantenere il tasso di cambio a dei livelli che favorissero la competitività delle merci europee rispetto a quelle cinesi, giapponesi e americane. Ne è venuto fuori un modello basato su un neo-mercantilismo spinto, che ha mostrato tutti i suoi limiti anche prima della crisi del 2008.

Riproporre sul scala europea l’idea – portata avanti dai liberali tedeschi – di una politica fiscale basata sulla diminuzione delle imposte rischia di non avere effetti o addirittura di essere controproducente. L’idea è semplice: la Germania, e più in generale la UE, ha una crescita trainata dalle esportazioni e dagli investimenti privati in beni durevoli. Entrambe queste variabili sono fortemente volatili e non facilmente controllabili dai governi. La soluzione dovrebbe essere quella di aumentare i consumi privati interni, statisticamente molto più stabili degli investimenti, e basare la crescita su un modello di questo tipo. Oltre a ricordare in modo sinistro ciò che è successo negli Stati Uniti negli ultimi 30 anni, questa prospettiva lascia aperto più di qualche interrogativo. Infatti, se cadono le imposte e i consumatori hanno raggiunto un livello di sazietà di beni di consumo durevole, e magari hanno anche una paura matta del futuro per via dei dubbi che ogni giorno si affacciano alla loro mente relativamente alla sostenibilità del Welfare State e dei sistemi pensionistici, non è affatto detto che utilizzino i proventi degli sgravi fiscali per comprare una quantità maggiore di beni di consumo durevole. Anche assumendo che non si facciano prendere dalla paura che un taglio fiscale comprometta il generoso Stato sociale europeo e quindi non decidano di aumentare il risparmio a scopo cautelativo, può succedere che decidano di rivolgere la propria domanda verso nuovi beni e servizi che non si producono in Europa, ma negli Stati Uniti o in Asia, con tutto quello che ne potrà conseguire in termini di tassi di cambio e inflazione importata.

L’altra soluzione è quella di sostenere la domanda interna europea mediante un piano di investimenti pubblici su scala continentale, finanziati mediante l’emissione di Eurobond. Ne abbiamo già parlato qui e qui e credo si tratti della soluzione più realistica anche in vista di un rilancio “politico” dell’intera Unione.

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Suggerimenti

Democrazia significa governo fondato sulla discussione, ma funziona soltanto se si riesce a far smettere la gente di discutere

(Clement Attle, Primo Ministro inglese dal 1945 al 1951)

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