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DIECI IDEE PER L’ULIVO (o del perchè non possiamo non dirci dalemiani)

Castello di Gargonza, 9 marzo 1997

di Massimo D’Alema


Voi mi scuserete se ho optato per fare un discorso molto di merito e non un saluto formale, anche se questo discorso potrà contenere qualche risposta un po’ spigolosa. Io partirei dal tentativo di dare la risposta a un interrogativo. E cioè, che cosa è l’Ulivo? […] Io credo però che intanto noi dobbiamo dire come è nato, che cos’è questo comune sentire che rappresenta quel di più rispetto ad un’alleanza di partiti e di soggetti. L’Ulivo è il luogo di raccolta delle componenti democratiche, delle correnti politiche fondamentali che hanno dato vita alla Repubblica democratica nel dopoguerra. E cioè di quella sinistra democratica riformista che in Italia si è organizzata all’interno di diversi partiti del movimento operaio, sinistra di ispirazione laica, socialista, repubblicana, che è stata presente nel PCI, che ha una sua originale variante nell’ambientalismo italiano che poi è a mio giudizio, almeno nella sua genesi, una costola della sinistra, e il cattolicesimo democratico. Se noi vediamo la cosa così com’è, il primo grande interrogativo al quale cercare di dare una risposta è perché noi, che rappresentavamo la quasi totalità del popolo italiano, abbiamo perduto negli ultimi quindici anni 15 milioni di voti. Cioè che cosa è successo in questa mutazione del nostro Paese che ha dislocato fuori dall’arco tradizionale delle forze democratiche la maggioranza degli italiani. Questo è il vero grande problema.

Naturalmente, diciamo, ha pesato il modo come è avvenuta la crisi democratica in questo Paese. Cioè il fatto che le forze democratiche sono state paralizzate, impedite a governare la modernizzazione del Paese nel corso degli anni Ottanta, perché divise; divise dalla Guerra Fredda, dalla pregiudiziale anticomunista su un lato e dalla ritardata innovazione del PCI sull’altro lato. Questa questione ha due facce, a seconda da quale parte la si legga. Questo ha impedito alle forze democratiche di governare la modernizzazione del Paese, ha prodotto quella lunga fase di agonia della Prima Repubblica, di corrompimento, di decadimento del sistema dei partiti che è avvenuto negli anni Ottanta, in cui i tentativi di modernizzazione sono venuti avanti con un segno corruttivo, di disgregazione e non invece di costruzione di un nuovo assetto sociale e di un nuovo assetto politico e istituzionale. Quindi innanzitutto c’è questo, cioè il fatto che noi abbiamo potuto metterci insieme molti anni dopo rispetto a quando era necessario mettersi insieme per governare la grande trasformazione del nostro Paese. E quando finalmente abbiamo potuto metterci insieme ci siamo trovati sulle spalle il peso del processo di corruzione, di decadimento dello Stato, di un debito pubblico accumulato che è quella disperazione per cui dobbiamo inseguire la moneta europea con il macigno del 10 per cento di spesa per interessi che nessun Paese ha e che nessun grande Paese potrebbe permettersi.

Noi non siamo la società civile contro i partiti. Noi siamo i partiti. È una verità indiscutibile. Perlomeno se c’è qualcosa che somiglia di più ai partiti nella dialettica italiana siamo noi, non sono gli altri. Non possiamo raccontarci queste storie tardo-sessantottesche. Se c’è qualcosa che somiglia ai partiti in ciò che di nobile sono stati nella crisi attuale, siamo noi, non sono gli altri. Io non conosco questa cosa, questa politica che viene fatta dai cittadini e non dalla politica. La politica è un ramo specialistico delle professioni intellettuali. E fino a questo momento non si conoscono società democratiche che hanno potuto fare diversamente. L’idea che si possa eliminare la politica come ramo specialistico per restituirla tout-court ai cittadini è un mito estremista che ha prodotto o dittature sanguinarie o Berlusconi e il “comitato” è un sottoprodotto rispetto a queste due tragedie. La politica professionale è esattamente quella struttura che consente ai cittadini di accedere alla politica, perché se manca quella struttura non vi accedono. Si parte con l’idea che devono governare le cuoche e nel frattempo si governa con la polizia politica … e noi abbiamo una certa esperienza nel nostro campo. Poi magari questa transizione dura settant’anni perché nel frattempo ci si dimentica il programma originario. Quindi non inseguiamo qualcosa che, secondo me, non siamo in grado di inseguire e non è neanche un grande obiettivo di modernità.

Proprio la complessità sociale che si accompagna alla grande mutazione, alla globalizzazione, alla fine del fordismo consiglia che ci sia più politica; proprio perché la complessità sociale riduce il tasso di politica, cioè di sintesi che promana spontaneamente dalla società civile. Più politica nel senso di più cultura, con più capacità di progetto, di unificazione degli interessi intorno ad un progetto. E il nostro sforzo è produrre più politica, fuori dalle semplificazioni di un manicheismo vecchio. Io sono convinto che l’etica è essenziale, ma l’etica può essere una guida per l’innovazione, o può essere invece, diciamo così, la bandiera di una resistenza. C’è una passione per l’essere minoranza morale in un mondo cattivo, nelle culture da cui proveniamo, che è una cattiva passione. Cattiva e corruttrice perché il narcisismo delle minoranze che pretendono di avere la moralità è un sentimento corruttore, una classe dirigente è quella che sa farsi maggioranza e governare. Quindi, da questo punto di vista io credo che il problema dal quale noi dobbiamo partire è che noi siamo riusciti, grazie a quello che avevamo in più rispetto agli altri, cioè la politica, ad organizzare una coalizione ed un progetto che ha offerto alle forze democratiche la possibilità di governare la trasformazione di questo Paese.

Noi non abbiamo vinto le elezioni. Questo è un gravissimo errore di valutazione, e se si parte da un’analisi sbagliata della realtà se ne traggono conseguenze gravissime. Noi abbiamo perduto le elezioni. Le abbiamo perdute anche proprio numericamente. Tra il ’94 e il ’96 le forze politiche che si sono poi raccolte nell’Ulivo hanno preso due milioni di voti in meno; questi sono i numeri che ho la cattiva abitudine di andare a leggere ogni tanto. Soltanto che sono stati combinati meglio in una grande operazione politica in cui, superando vecchie divisioni, barriere e combinando questa alleanza in una forma che è andata oltre un patto partitico, abbiamo sfruttato l’effetto del maggioritario mettendo in campo il fatto che noi eravamo una minoranza di questo Paese, ma l’unica in grado di offrire al Paese un progetto di governo. Mentre le destre, che ne rappresentano la maggioranza, sono lo specchio della disgregazione italiana, di spinte di separazione, di rottura che non si sommano in un progetto di governo, a meno che non si offra loro la possibilità di sommarsi in una spallata plebiscitaria. Lì si sommerebbero. Ma non sono in grado di sommarsi in un progetto di governo. E allora il punto, la sfida vera, è di capire se questa occasione si trasforma nella capacità di trasformare questa società. Se l’Ulivo è preso dalla illusione di poter organizzare una resistenza; se l’Ulivo è preso dall’ossessione che la trasformazione porta con sé soltanto disgregazione, disvalore, io credo che noi saremo sconfitti. Se noi sappiamo trovare nella nostra tradizione, invece, le ragioni etiche del cambiamento e dell’innovazione, la guida per l’innovazione, allora noi possiamo farcela.

Questo pone un problema a ciascuno in rapporto alla sua storia, anche se io sono convinto che la contaminazione ci aiuta in questo processo. Ma la sinistra ha un problema anche suo, cioè come affermare le ragioni costitutive della sinistra nel momento in cui entrano in crisi i parametri dentro i quali la sinistra ha organizzato la sua funzione storica: lo Stato nazionale, un certo modo di essere del lavoro, etc. Io credo che ci sia una sinistra che è talmente innamorata degli strumenti con i quali ha agito, che finisce per perdere le sue ragioni costitutive. Nella discussione sul Welfare mi permetto di dire che certe posizioni che appaiono più di sinistra, negano in radice le ragioni della sinistra. Dov’è la ragione della sinistra in chi dice che non è giusto che la stessa figura sociale, il disoccupato, possa avere la cassa integrazione, il prepensionamento se è stato difeso dai sindacati, o la pensione di invalidità se trova un uomo politico che lo aiuta, o niente? Questa è la realtà dell’Italia. Ma chi difende questo tipo di situazione è di sinistra? No, difende conquiste della sinistra, e indubbiamente la cassa integrazione è una conquista della sinistra, ma non difende le ragioni della sinistra, cioè l’eguaglianza. E finisce per produrre una frattura fra le generazioni che diventa insanabile, se non vi poniamo rimedio. Allora io credo che la sinistra debba ritrovare le sue ragioni costitutive, anche mettendo in discussione gli strumenti attraverso i quali ha costruito anche la sua forza, il suo insediamento sociale avendo un po’ di fiducia nella trasformazione.

Noi dobbiamo scommettere sul progresso. Sul fatto che il grande mutamento non cancella le nostre idee. Anche perché, badate, se hanno ragione quelli che dicono che finito il fordismo, la catena di montaggio, non ci sarà più la sinistra beh, si potrà resistere cinque anni … non è una grande prospettiva, non affascina. Io penso che abbiano torto e penso che noi dobbiamo pensare che invece questo grande mutamento, insomma che il lavoro oggi, attraverso canali e vie anche aspre, tuttavia può ricongiungersi con l’intelligenza e con la creatività intellettuale. E che la fine del fordismo apre anche la possibilità – certo di isolamento, di angoscia, di sfruttamento – ma anche di un nuovo rapporto tra lavoro e libertà individuale. L’innovazione passa attraverso questa sfida. E, vedete, perché noi difendiamo l’autonomia della sinistra? Ma mica perché pensiamo che ci vogliano i partiti. Che ci vogliano i partiti non c’è il minimo dubbio, mi pare una cosa talmente evidente, non foss’altro per una ragione banale poiché nelle grandi democrazie ci sono i partiti. Ma noi non difendiamo un partito, difendiamo l’esigenza che ci sia una forza di sinistra. Un problema diverso. In un’epoca in cui la trasformazione del mondo del lavoro, della produzione, pone il problema di una costituzione sovrannazionale del soggetto politico. Il soggetto politico riformatore che è stato una funzione dello Stato nazionale nel secolo che abbiamo alle spalle, se vuole continuare ad esistere – cioè un soggetto politico capace di incidere nei processi materiali – dovrà sempre di più costituirsi in una dimensione sovranazionale.

Allora questo è il problema che noi ci poniamo. Non è il fatto che noi difendiamo l’identità di partito. Infatti io non lo so se domani l’Ulivo non possa diventare il luogo culturale in cui si organizza una nuova grande formazione politica. Ma allora, vorrei dire, una nuova grande formazione politica per essere una cosa vera postula il superamento di quelle esistenti. Io non escludo affatto che la prospettiva possa essere questa. E devo dire che questa prospettiva mi interessa molto di più che non l’idea che trovo superficiale e infondata che il soggetto politico possa diventare l’alleanza, i comitati, al posto dei partiti. Perché tutto sommato continuo a pensare che un soggetto politico debba organizzare un milione, un milione e mezzo di cittadini in un Paese che ha cinquanta milioni di abitanti, altrimenti non è un soggetto di nulla. Quindi non chiudo affatto rispetto a questa prospettiva, ma il vero grande problema è una prospettiva eventuale di questo tipo, che certo non è per l’oggi. E come si colloca nel mondo, cioè dove si sta, in quale parte di mondo si colloca, in quale campo di forze. Questo è il problema. Questo Paese dove sta andando, dove lo stiamo portando? Lo stiamo portando in Europa. E l’Europa non è soltanto una moneta, è un sistema politico, è un Parlamento dove c’è il gruppo socialista, il gruppo popolare… quella è l’Europa. E allora noi come ci entriamo?

Questo pone un grandissimo problema, non lo si risolve con la prepotenza. Perché qui davvero ci misuriamo ciascuno con la propria storia, con la propria tradizione. Questo è il vero problema dell’Ulivo. Non un rapporto tra i partiti e ciò che non è partito, come se ci fosse una gelosia di partito. Problema vero è questa grande operazione di innovazione a partire dalle nostre identità. Come si colloca in una prospettiva europea e di costituzione sovranazionale dei soggetti politici. E siccome il problema è questo, questa questione non può che rimanere aperta e per una fase noi dovremo sperimentare le forme di convivenza, di collaborazione, di elaborazione comune, di ricerca, persino anche di sfida e di competizione. Perché, siccome io credo che la competizione sarà nell’innovazione e sarà più vitale quel centro di iniziativa che si dimostrerà capace di produrre le innovazioni più significative, io trovo che non c’è nulla di scandaloso che fra il gruppo dirigente della coalizione e i gruppi dirigenti dei partiti possa persino esserci una competizione da questo punto di vista, di idee, di culture, una sfida che se è organizzata in un rapporto di collaborazione diventa un fatto creativo. Per cui non mi metterei adesso a mettere le braghe al mondo con la consapevolezza che questo processo è aperto a esiti diversi, che se noi lo viviamo come una sfida di idee e di contenuti, farà del bene a tutti e farà anche del bene a questo Paese.

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