Archivi del mese: agosto 2010

La gloriosa Prima Repubblica

Signor Presidente, le sono grato per aver voluto che il Senato ricordasse che, il 26 maggio 1958, io entrai per la prima volta a far parte del Parlamento nazionale, essendo stato eletto alla Camera dei deputati per la circoscrizione della Sardegna, nelle liste della Democrazia Cristiana, cui ero già iscritto dall’età di 16 anni; e la ringrazio anche per le parole che ha voluto rivolgermi.

E così, in quell’ormai lontano giorno, entrai in un Parlamento nel quale dal Regno di Sardegna, al Regno d’Italia e poi alla Repubblica italiana, mi avevano preceduto altri sardi: il barone Giuseppe Manno, presidente del primo Senato di Torino, noto anche per aver votato scendendo dallo scanno perché temeva che la mozione a favore della politica estera di Cavour fosse bocciata; il reverendo Giovanni Spano, il reverendo Giorgio Asproni, radicale e repubblicano; Pasquale Umana, Francesco Cocco-Ortu, Emilio Lussu, Antonio Segni, Bobore Mannironi e Antonio Maxia. Un Parlamento che, da erede del Parlamento di Torino, molto deve, per la Costituzione e un regime rappresentativo, ai rivoluzionari sardo-piemontesi, tra i quali mi onoro di avere un mio avo, eroe del Risorgimento, don Efisio Tola, tenente della Brigata Cremona di stanza a Chambery, una delle tre capitali del piccolo Regno, fatto fucilare, per ordine di re Carlo Felice di Savoia, sugli spalti di quel castello insieme a granatieri, fanti e carabinieri, poi gettati in una fossa comune dal cui anonimato furono tratti per l’amore che nutriva per l’Italia un grande Presidente della Repubblica francese, François Mitterand, che nel cimitero di quella città fece erigere sulla fossa comune un monumento dedicato ai martiri e anche apporre una nobile targa in ricordo del mio antico prozio.

Mi trovai perciò, indegnamente, a sedere alla Camera dei deputati, insieme agli amici e maestri Giulio Andreotti e Aldo Moro, già personaggi eminenti, prima che nel nostro partito e nel Parlamento, nella FUCI, il movimento degli universitari cattolici italiani, di cui furono presidenti, che tanta parte ha avuto nella formazione culturale e politica della classe dirigente, politica ed amministrativa della gloriosa Prima Repubblica.

Nel 1983 fui eletto senatore ed entrai così a far parte di questo ramo del Parlamento dove non votai mai, perché fui eletto tosto Presidente del Senato.

Vi fu poi il settennale intermezzo della Presidenza della Repubblica, per me e per il Paese infausto e senza frutti, perché flagellato da una campagna di disprezzo, di calunnie e di denigrazioni, una sorta di damnatio memoriae in vita, condotta da uomini politici ed in particolare dalla stampa di un potente gruppo editoriale italiano sotto la guida di un presuntuoso voltagabbana (dal fascismo al razzismo e dal monarchismo al socialismo) e perciò squallido. Costui fu non amato «compagno di strada» del di lui ben più nobile Partito comunista italiano, ma, a dire il vero, non come invece lo fu il suo padrone, «compagno di strada» – per interesse materiale – non solo del Partito comunista italiano, ma anche dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e del KGB.

Parentesi infausta – dicevo – perché, per la prima volta, un Presidente della Repubblica fu offeso e vilipeso con epiteti ingiuriosi da cortei di massa, senza che mai la magistratura intervenisse, e per ben due volte si tentò di trascinarlo davanti alla Corte costituzionale in sede penale e dovette giustificare il suo operato davanti a Commissioni d’inchiesta e, cessato dalla carica, fu anche processato dal Tribunale dei ministri.

Con un senso di liberazione lasciai il Quirinale e, in data 28 aprile 1992, rientrai a far parte del Parlamento nazionale, la mia casa, in questo Senato, anche se solo in forza di una che considero anacronistica disposizione costituzionale.

Ebbi l’onore di collaborare con Giovanni Leone, Mariano Rumor, Carlo Donat-Cattin; con Amintore Fanfani, Paolo Emilio Taviani, Benigno Zaccagnini e Ciriaco De Mita, leader preminenti di quel grande partito di popolo che fu la Democrazia Cristiana, la cui storia di servizio al Paese e alla democrazia è consegnata allo storia e non può certo essere infangata da qualche magistratuncolo – come si tentò di fare – o da qualche registucolo, inopinatamente premiato da chi può essere anche nostra consorella, ma certo non benevola amica: la Nazione latina d’oltralpe.

Fu per me un onore sedere in Parlamento accanto a Palmiro Togliatti, il grande leader politico del «partito nuovo», che studiò, tra l’altro, nel mio stesso liceo, abitò lungamente nella mia città e – guarda caso – fu ospite nella casa della mia bisnonna, che – come lui stesso mi raccontava – era tanto buona che, poiché erano poveri, li invitava ogni giorno da lei. Palmiro Togliatti che, insieme ad Alcide De Gasperi, preservò l’Italia da una guerra civile devastante, dopo che il nostro Paese aveva combattuto contro i tedeschi invasori quella grande guerra patriottica che fu la Resistenza, anche fermando quella guerra civile e di classe che, in nome di una irreale visione della posizione dell’Italia, di tante vittime fu causa, non solo ex appartenenti alla Repubblica Sociale Italiana, ma anche antifascisti, partigiani, militari del Regno del Sud, preti seminaristi, ragazzi del movimento cattolico, che furono uccisi in nome di un’utopia che poi, in nome di una Resistenza tradita ed incompiuta, generò, negli anni Settanta e Ottanta, la lotta armata.

Fu per me un onore anche sedere accanto ad Amendola, Natta, Longo, Pajetta e poi Berlinguer, Cossutta e Napolitano; accanto a Pietro Nenni, a Giuseppe Saragat, a Randolfo Pacciardi, a Ugo La Malfa e Oronzo Reale, a Giovanni Malagodi e anche a Giorgio Almirante, cui l’Italia molto deve perché, attraverso la parlamentarizzazione dei giovani di Salò, come li chiamò giustamente l’amico Violante, avviò il processo di inserimento nella democrazia di coloro che erano stati fascisti o militanti nella Repubblica di Salò.

Tale processo fu iniziato a sinistra grazie alla larga (e di grande respiro) amnistia concessa da Palmiro Togliatti, guardasigilli dell’epoca, contestato duramente dal suo stesso partito, per i reati commessi durante la Resistenza da partigiani, ma anche da membri delle Forze armate della Repubblica Sociale Italiana. Ciò che poi portò all’adesione di massa di ex militari della Repubblica Sociale Italiana al Partito comunista italiano in numeri che superano, come scrissero gli storici comunisti, 36.000 appartenenti.

E voglio ricordare che ebbi l’onore di sedere accanto ai rappresentanti delle minoranze nazionali: da Severino Craveri, grande leader valdostano, a Toni Ebner, a Roland Ritz e a Karl Mitterdorfer, asso della Luftwaffe, difensore di Düsseldorf da attacchi aerei terroristici – ahimè! – da parte degli Alleati, tedeschi del Tirolo del Sud, che con la loro prudenza e saggezza contribuirono a collocare la loro Nazione, parte culturalmente della grande Nazione germanica e storicamente della Nazione austro-tedesca, accanto a quella italiana, di lingua francese e slovena, nel quadro unitario e democratico della Repubblica italiana.

E fu per me un onore immenso far parte di queste Camere del Parlamento nazionale, di quel sovrano legale da cui ogni legittimo potere civile, militare, giudiziario deriva, come affermò in un grande discorso Palmiro Togliatti nell’Aula della Costituente, quando prese la parola per opporsi a che l’ordine giudiziario fosse chiamato potere giudiziario, affermando che potere non poteva essere perché emanava da un concorso e non dalla sovranità popolare. Ché quando il fascismo volle spazzare via la democrazia rappresentativa e il regime di libertà spazzò via il Parlamento con le leggi del 1926 ed i partiti, non le Forze armate, non la Polizia e neanche la magistratura, che di fatto aderì nella quasi totalità al regime, mandando in galera Pajetta, Terracini, De Gasperi, Lussu, Amendola e tanti altri ancora.

Perché mai nella storia né giudici né Corti costituzionali, dall’Austria alla Repubblica di Weimar, furono di ostacolo all’avvento delle dittature – giammai! – cui si opposero o tentarono di opporsi, invece, solo i liberi Parlamenti.

La generazione della Prima Repubblica, che non ha lasciato eredi, se non qualcuno nel Partito Democratico, nell’Unione di Centro e in Alleanza Nazionale, ha passato la mano ad una nuova generazione: quella dei Berlusconi, dei Bossi, dei Veltroni, dei Fini e dei Di Pietro.

Non siedono più in Parlamento i grandi partiti popolari: la Democrazia Cristiana, il Partito comunista italiano e il Partito socialista italiano che, insieme ad antichi partiti democratici quali il Partito repubblicano e il Partito liberale, insieme all’allora piccolo ma, come già dissi, di grande utilità per lo stabilimento di un regime democratico partecipato da tutti gli italiani, il Movimento Sociale Italiano, radicarono la democrazia e il regime delle libertà nel nostro Paese.

Certo – e non è falsa modestia, perché chi mi conosce sa che modesto certo non sono, anzi piuttosto presuntuoso, almeno intellettualmente – non grande è stato il mio contributo alla vita e alla storia del Parlamento e delle istituzioni repubblicane, anche perché io non godevo e non godo certo dell’autorità intellettuale di un Einaudi o di un Segni o di un Leone, di un prestigio politico quale quello di Gronchi, di Saragat e di Pertini o dell’altissima autorevolezza e prestigio morale di Scalfaro e di Ciampi, ed oggi con una fortunata sintesi goduto dal presidente e mio collega Giorgio Napolitano. Sono passati i tempi in cui Giorgio Napolitano ed io apparimmo in televisione, in una trasmissione intitolata «La politica dei giovani»; quando incontro Giorgio Napolitano non abbiamo il coraggio di riguardare la cassetta.

Molte le accuse che mi sono state rivolte, come quella di aver concorso a costituire bande armate. Certo, sono stato giudicato dal Tribunale dei ministri per formazione di banda armata e attentato alla sicurezza dello Stato, reati per cui in tempo di guerra è prevista la pena di morte con fucilazione alle spalle. Sono stato accusato di essere stato un favoreggiatore di terroristi per solidarietà con un compagno di partito e, infine, tesi avvalorata dall’attuale Ministro dell’interno, di aver complottato con i commandos della Marina militare, cui appartengo da ufficiale di complemento a titolo onorifico. Mai, neanche dall’avventuriero fascismo giudiziario, fui accusato di essere un ladro o un malversatore o comunque uno che ha approfittato delle numerose, anche se solo quasi per caso, cariche ricoperte. Quello che posso dire è che sono entrato al Palazzo del Viminale più ricco di quanto ne sia uscito; sono entrato a Palazzo Chigi più ricco di quanto ne sia uscito; sono entrato al Quirinale più ricco di quanto ne sia uscito. E ho collaborato a falcidiare le mie proprietà, dopo che già erano state colpite dalla riforma agraria, votando a favore, con un appassionato discorso, della riforma dei contratti agrari. Ricordo che la mia grande povera sorella, che non c’è più, quando la sera andai a cena da lei mi fece trovare sotto il tovagliolo, che come in tutte le case del Meridione e delle Isole stava sul tavolo, il conto esatto di quanto io le avevo fatto perdere.

Sono certo che, abbattuta la Prima gloriosa Repubblica per grandi fatti epocali la cui origine costituisce ancora un quasi mistero, terminato senza successo il tentativo di instaurare una Seconda Repubblica, con sagge ed appropriate riforme, nel quadro dei principi fondamentali della Costituzione del 1948, questo Senato e il Parlamento intero riusciranno ad instaurare la Terza Repubblica.

Questo è il mio augurio. Questo, a mio avviso, deve essere l’impegno del Senato e della Camera dei deputati e per quel che posso, e certo, penso per non molto tempo ancora, sarà, se pur modesto, anche il mio impegno.

(Francesco Cossiga, in occasione del 50° anniversario di attività parlamentare, Senato della Repubblica, 27 maggio 2008)

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Di cosa stiamo parlando

Oggi anche la stampa più antigovernativa ha parlato con toni trionfalistici degli ultimi dati sulla produzione industriale. In realtà le cose non stanno proprio così: si continua a fare una grossa confusione fra incrementi (flussi) e livelli (stock). E’ certamente vero che la nostra industria sta mostrando confortanti segnali di ripresa, dopo il pesante tonfo del 2009. Ma bisognerebbe anche scrivere che la nostra attuale capacità produttiva è ancora al di sotto dei livelli di vent’anni fa. Esattamente come scriveva – fra mille critiche – la Banca d’Italia lo scorso anno.

(fonte: Eurostat, mia elaborazione)

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