Archivi del mese: maggio 2010

Financial Deregulation

Due serie storiche interessanti: la linea continua indica il rapporto fra i salari reali pagati nei settori finanziari e quelli pagati negli altri settori privati. Nel 2006 un lavoratore che operava nei settori finanziari guadagnava mediamente 1,6 volte il salario di un suo omologo che operava in qualsiasi altro settore privato. La linea tratteggiata, invece, rappresenta l’indice di liberalizzazione finanziaria. Da notare la vera e propria esplosione a partire dal biennio 1979-80, con le vittorie della Thatcher e di Reagan. Le grandi crisi non sono indicate ma è facile individuarle.

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Giddens e il New Labour

Dalle pagine odierne di Repubblica il noto sociologo inglese Anthony Giddens cerca di fare un bilancio della lunga esperienza di governo laburista in Gran Bretagna. Sul fatto che “i valori tradizionali della sinistra, la solidarietà, la riduzione delle ineguaglianze, la protezione dei più vulnerabili, la convinzione che il governo e lo Stato debbano svolgere un ruolo attivo in tutto questo” siano rimasti intatti avrei qualche dubbio. In primo luogo, a rileggere le pagine del fortunato saggio che lanciò la Terza Via, di tutto questo non vi è traccia. Trovano invece spazio parole d’ordine diverse: uguaglianza delle condizioni di partenza, welfare positivo, lo Stato come gestore del rischio, etc. In secondo luogo per i risultati, tutt’altro che lusinghieri, raggiunti nei 13 anni trascorsi con responsabilità di governo. Qualche mese fa Romano Prodi riassumeva così il fallimento della Terza Via, di cui pure lui era stato sostenitore: “[…] Mentre in teoria il nuovo labour e l’ulivo mondiale erano una fucina di novità, nella prassi di governo di Tony Blair e i governi che ad esso si erano ispirati si limitavano ad imitare le precedenti politiche dei conservatori inseguendone i contenuti e accontentandosi di un nuovo linguaggio. Sul dominio assoluto dei mercati, sul peggioramento nella distribuzione dei redditi, sulle politiche europee, sul grande problema della pace e della guerra, sui diritti dei cittadini e sulle politiche fiscali le decisioni non si discostavano spesso da quelle precedenti. Il messaggio lanciato all’elettore era il più delle volte dedicato a dimostrare che il modo di governare sarebbe stato migliore. Nel frattempo il cambiamento della società continuava secondo le linee precedenti: una crescente disparità nelle distribuzione dei redditi, un dominio assoluto e incontrastato del mercato, un diffuso disprezzo del ruolo dello Stato e dell’uso delle politiche fiscali, una presenza sempre più limitata degli interventi pubblici di carattere sociale“. Non si tratta solo di opinioni. Giddens rivendica dei tassi di crescita molto elevati rispetto agli standard degli altri paesi europei. Non viene però fatto cenno al modo con cui questa crescita è stata garantita, ovvero attraverso un massiccio ricorso all’indebitamento privato, ormai fra i più alti dell’intera UE. Cercare di rivendere come un successo un modello di sviluppo fortemente squilibrato sarebbe come cercare di cantare le lodi dei periodi di crescita drogata dal debito (pubblico) che hanno caratterizzato l’Italia durante tutti gli anni Ottanta.

E’ tuttavia vero che il Regno Unito ha conosciuto in questi tre lustri una grande trasformazione del suo capitalismo: il settore industriale è andato progressivamente riducendo le proprie dimensioni, a tutto vantaggio della finanza e dei terziario avanzato (soprattutto servizi), con effetti deleteri sui salari reali e sulla quota dei redditi da lavoro. Nel 2007, quindi prima della crisi, la Gran Bretagna presentava una quota di investimenti in capitale fisso fra le più basse dell’intera UE a 27. Contemporaneamente non si è osservata nessuna variazione sostanziale dello stock di debito pubblico (nel 2006 al 44% del PIL, lo stesso livello del 1997, ma ora già salito al 70%), così come il deficit di bilancio ha spesso sforato, negli ultimi anni, il valore del 3% stabilito dal Trattato di Maastricht.

La spesa sociale, che il ventennio Thatcher-Major aveva lasciato al 27,4% del PIL, è stata ulteriormente ridotta di altri due punti percentuali. Non si tratta però di risparmi dovuti ad un uso più efficiente delle risorse. La capacità di inclusione sociale, invece che aumentare, è addirittura diminuta, come si evince dall’indice che misura il rischio di povertà, salito dal 17,5% del 1997 al  19,1% di dieci anni dopo. Preoccupante poi il fenomeno, più volte indagato dai sociologi, dei cosiddetti “working poor“, cioè persone messe a lavorare in condizioni di mera sussistenza: il rischio di povertà misurato fra i lavoratori è quasi raddoppiato, passando dal 4,9% del 1997 al 9,1% del 2007. Per chiudere, un dato sulla distribuzione del reddito: se nel 1997 il rapporto fra il reddito del 20% più ricco e del 20% più povero della popolazione era fermo al 4,7%, nel 2007 era salito al 5,6%. Non un bel risultato per una forza che dovrebbe fare dell’eguaglianza uno dei suoi obiettivi fondamentali.

Questo non vuol dire che l’esperienza del New Labour sia interamente da buttare. Molte sono le innovazioni – alcune citate anche dallo stesso Giddens – che hanno permesso miglioramenti anche sensibili, come nel caso del sistema educativo. Tuttavia è auspicabile che nel prossimo futuro l’opera degli esecutivi guidati da Blair e Brown vada analizzata in maniera meno mitologica di quanto è stato fatto finora. Statistiche alla mano, altre esperienze di governo progressiste degli stessi anni – penso a quella della socialdemocrazia tedesca  o  dell’ulivo italiano – hanno avuto successi anche maggiori, senza godere di un paragonabile risalto mediatico. Un dato, questo, che dovrebbe essere tenuto presente soprattutto da quella parte della sinistra italiana affetta da perenne vocazione esterofila.

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Al fortunato vincitore delle elezioni inglesi

(fonte: Economist)

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C’è chi starà peggio

Andamento del rapporto Debito Pubblico/PIL senza interventi correttivi di politica economica (fonte: IMF, Commissione UE)

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Chiedere lumi a Maroni

Scajola ha un abito leggero color panna. È senza cravatta e ha la giacca appesa a un dito dietro le spalle. Non risponde al momento. Fa per andarsene. Poi ci ripensa e si para nuovamente davanti a noi: «Ma quale figura centrale – ci dice – fatevi dire da Maroni se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva solo il rinnovo del suo contratto di consulenza». Interviene il suo addetto stampa Roberto Arditti, lo sottrae a qualunque ulteriore spiegazione e ci dice: «Adesso basta, il ministro deve imbarcarsi, lo aspettano sulla motovedetta Odysseus». La navigazione è tranquilla fino all’approdo. Poi colazione al ristorante Zephiros di Limassol. Nessuno torna più su Biagi, tantomeno Scajola che forse avrebbe potuto aggiungere dettagli e spiegare il senso delle sue dichiarazioni. Poi qualche giorno di buriana fino alle dimissioni. Ma nessuno fa quello che Scajola aveva suggerito: chiedere lumi a Maroni che in effetti si era servito dell’opera di Biagi ma dopo molte diffidenze. Curioso che sia stato proprio Maroni, nell’ultima vicenda dell’appartamento pagato in nero, il più impegnato a difendere Scajola.

(Gerardo Pelosi, da Il Sole 24 Ore di oggi)

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Gli effetti del New Labour

Un’immagine vale più di mille parole. Questo grafico (fonte: Istat) mostra la percentuale di occupati nel settore pubblico sul totale degli occupati. L’Italia, che nell’immaginario collettivo ha una quantità di dipendenti pubblici assolutamente sproporzionata (fra ministeriali, dipendenti regionali, provinciali, comunali, forestali calabresi, insegnanti nullafacenti, bidelli, etc.), chiude invece la classifica europea a pari merito con la Germania, seguita solamente da Portogallo, Austria e Lussemburgo, molto dietro a paesi – come il Regno Unito – indicati da anni come esempio da seguire. Se nel 2000 in Italia il 15,6% degli occupati totali era impiegato nel settore pubblico, questa percentuale era scesa al 14,3% nel 2008. Al contrario, la Gran Bretagna a guida New Labour ha visto lievitare il peso del proprio settore pubblico dal 19,1% al 20,2%.

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L’obiettività della stampa anglosassone

L’Irlanda, la tigra celtica indicata per una dozzina d’anni dai liberisti di mezzo mondo come il paradiso in terra, è uscita dalla crisi economico-finanziaria con le ossa rotte. Un PIL che in 3 anni ha perso il 12%, una disoccupazione schizzata sopra il 13%, un tasso di occupazione caduto di quasi 10 punti percentuali e ormai di poco superiore a quello italiano, un deficit pubblico che ormai si porta via il 14,3% del PIL e un debito pubblico che nel 2010 sfonderà quota 80% (contro il 25% di due anni fa). In più la necessità di trovare altri 45 miliardi di euro (il 28% del PIL) per tenere in piedi un sistema bancario semi-distrutto. Il tutto dovendo pagare tassi di interesse sui propri titoli per un 5,3%, 230 punti base sopra i bund tedeschi.

Solitamente inflessibile verso l’indisciplina contabile, la stampa specializzata anglosassone – in particolare il Financial Times del 29 aprile –  grida invece all’ingiustizia. Non sarà perché – come sostiene Marcello De Cecco nel suo editoriale di oggi – l’Irlanda ha una disciplina fiscale sul capitale particolarmente generosa, grazie alla quale decine di multinazionali hanno stabilito lì la loro sede?

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