Archivi del mese: aprile 2010

La guerra degli spazzolini nel paradiso dei maiali

Un classico esempio di guerra pubblicitaria riconducibile alla tipologia del “dilemma del prigioniero” è rappresentato dalla rivalità fra la Braun (di proprietà della Gillette) e Optiva (di proprietà della Phillips), i due principali produttori di spazzolini elettrici. Per anni queste due imprese hanno combattuto una guerra senza esclusione di colpi, ciascuna prendendo misure estreme per convincere famiglie e dentisti che i suoi spazzolini fossero i migliori.

Nel 1999 si verificò un evento assai singolare nell’ambito di questa guerra. Optiva stava lottando strenuamente per conquistarsi una quota di mercato con il suo marchio Sonicare. L’impresa condusse dei test per dimostrare che i suoi spazzolini erano sia meno abrasivi per lo smalto dei denti sia più efficaci per combattere i batteri sotto l’orlo delle gengive rispetto al modello Plaque Remover della Oral B. Una equipe di ricercatori, capeggiata da uno scienziato e dentista svizzero, confrontò i due spazzolini spazzolando ripetutamente i denti di 3000 maiali morti. Questo comportò ingenti spese, in quanto necessitò l’acquisto delle teste di maiale dalle macellerie e l’organizzazione del trasporto e della refrigerazione. Ulteriori spese derivarono dalla necessità di effettuare i test prima che cominciasse il deperimento.

La risposta da parte della Braun fu rapida ed energica: inviò una equipe di scienziati in Kansas dove stipulò contratti con gli allevatori per poter spazzolare i denti di un analogo numero di maiali vivi. Per questo motivo, l’impresa non soltanto dovette pagare gli allevatori, ma anche trovare il modo per sedare i maiali, visto che questi non amano che gli si lavino i denti. La Braun dovette anche pagare degli extra ai suoi ricercatori per farli entrare nei porcili e stare accovacciati per ore nello sterco a spazzolare i denti dei maiali. Non sorprende che la Braun affermò che i test effettuati sui maiali vivi dimostravano la superiorità degli spazzolini Oral B.

L’intera faccenda fu molto costosa. È difficile capire quale possa essere il nesso fra il fatto di spazzolare i denti dei maiali e l’igiene orale umana. Inoltre, le affermazioni e le contro-affermazioni che ne derivarono portarono a un’altra guerra, questa volta in tribunale. Senza dubbio, entrambe le parti avrebbero preferito un cessate il fuoco per evitare tali costi, ma ciascuna trovava difficile bloccare in modo unilaterale il suo comportamento aggressivo. A quanto pare questi test apportarono pochi guadagni ai consumatori; visto che essi furono infruttuosi anche per i produttori, le spese pubblicitarie andrebbero considerate come in gran parte inutili, almeno che non si ritenga che un bel sorriso di un maiale valga molto, anche da morto.

Fonte: M. Maremount, “Braun, Sonicare Brush Up on Their Legendary Feud”, Wall Street Journal, April 30, 1999, p. A1.

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Rating agencies can do you harm

La mia infallibile memoria per le cose inutili mi ha permesso di recuperare un vecchio articolo di Paul De Grauwe – illustre economista belga fra i più autorevoli in Europa, a lungo senatore del Partito Liberale – uscito nel gennaio del 2009 sul Financial Times (che, come noto, non è un covo di bolscevichi) dall’eloquente titolo “Warning: rating agencies can do you harm“. De Grauwe ha sapientemente spiegato ai molti improvvisati economisti che lo spread rappresenta una misura efficiente del rischio di default di un paese solo se gli operatori condividono un comune e corretto standard di valutazione e agiscono in normali condizioni di liquidità. Anche volendo far finta che i mercati siano tornati ad operare in modo ottimale dopo la tempesta degli ultimi 30 mesi, è davvero difficile credere in una misura del rischio basata su una valutazione dei conti pubblici di uno Stato effettuata da quelle agenzie di rating che avevano inondato il mondo di titoli tossici con tripla A e che, ancora alla fine del 2008, avevano deciso di non declassare il debito dell’Irlanda. E non si può dire che, dal 2008 ad oggi, queste agenzie abbiano fatto ammenda dei propri errori! Nel dicembre 2009 – quindi 5 mesi fa – solamente dopo che Dubai aveva deciso di posticipare il rimborso dei suoi titoli e la notizia era arrivata alle redazioni di tutti i giornali, le agenzie di rating avevano preso atto che era in corso una crisi e avevano diminuito il rating ai titoli di quel paese.

Nonostante queste due banali considerazioni, le grandi istituzioni finanziarie mondiali continuano imperterrite a prendere per buone, come nulla fosse accaduto, le valutazioni che le screditatissime agenzie di rating continuano a fornire sui titoli pubblici. Allo stesso modo si continua a permettere che il sistema di autoregolamentazione denominato “Basilea 2” – quello tutt’ora in vigore – si basi ancora essenzialmente su tali discutibili rating.

Finita la fase in cui le grandi banche anglosassoni avevano cercato di fare i soldi sul proprio fallimento, dopo averli fatti sulla propria ascesa, siamo ormai passati alla fase successiva. Per recuperare i profitti persi nel biennio 2008-09 le principali istituzioni finanziarie private dei paesi sviluppati hanno cominciato a prendere a prestito dai risparmiatori del denaro a breve a tassi vicini allo zero, usandolo per comprare debito pubblico a media-lunga scadenza che i governi sono stati (e sono) costretti ad emettere per finanziare i salvataggi delle banche stesse. Più si allarga lo spread fra il rendimento del denaro preso a prestito e quello dei titoli di Stato che hanno in portafoglio, maggiori saranno i loro guadagni. È un gioco bello e divertente, che produrrà anche molti profitti a breve, ma che contiene in nuce lo stesso baco della fase precedente: più crescono i tassi a lunga, minore sarà il valore dei titoli di Stato tenuti in portafoglio dalle banche. Forse per la politica è davvero arrivato il momento di intervenire.

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Il pessimismo della ragione

Già qualche mese fa la Banca d’Italia segnalava come, rispetto ai massimi toccati all’inizio del 2008, l’indice di produzione industriale aveva messo a segno una diminuzione cumulata prossima al 25%. Nella primavera dello scorso anno il volume delle merci prodotte si è così riportato al livello della metà degli anni Ottanta, con un calo decisamente più pronunciato rispetto a quello fatto registrare in paesi europei. Misurato in termini di trimestri persi, cioè di quanto indietro nel tempo sono tornati i livelli della produzione, la maggiore gravità della situazione italiana risulta particolarmente evidente: i 12 e 13 trimestri di Francia e Germania si confrontano con i quasi 100 dell’Italia.

L’andamento dei dati nel corso del 2009 e in questo primo trimestre del 2010 ha confermato le previsioni più pessimistiche della vigilia.  La figura qui sopra (linea blu) mostra chiaramente come la crisi abbia rappresentato una “interruzione” nel sentiero di crescita, con una pesante distruzione di capacità produttiva. Quel che è peggio è che il tasso di crescita della produzione industriale stia mostrando un andamento discontinuo e addirittura inferiore a quello del biennio 2005-07. Insomma, non c’è da essere molto ottimisti.

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Comparuzzi nostrani

Dicevano che non era il caso di regolamentare i derivati perché questi prodotti erano così sofisticati, costosi e complessi da gestire che sarebbero stati trattati solo da pochi investitori specializzati. Avevano torto, ho sbagliato a dargli retta“. Dopo questa plateale presa di distanze di Bill Clinton dai suoi ex-collaboratori targati Goldman Sachs, ovvero Robert Rubin e Lawrance Summers (tutt’ora consigliere economico di Barack Obama), chissà quando verrà presentato il conto ai comparuzzi nostrani.

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Eroismi

Io che mi sono battuto nel mio campo quando si ipotizzava di avere una banca rossa, resto sbalordito per il silenzio che circonda la rivendicazione di Bossi di voler suoi uomini ai vertici delle banche. Stiamo tornando alla parte peggiore degli anni 80 con grande disinvoltura. E con poche critiche. È la stessa disinvoltura con la quale la Lega è passata dal paganesimo del Dio Po al clericalismo di certa retorica sull’aborto. Non mi sono battuto contro i comunisti di ieri per plaudire ai nuovi leninisti padani oggi.

(Francesco Rutelli, Il Sole 24 Ore, 19 aprile 2010)

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La Lega e le banche

Voglio essere ottimista e pensare che dopo questa dichiarazione di Umberto Bossi si leverà un coro di voci scandalizzate verso “l’intreccio perverso fra economia e politica” che – per intensità e pervasività – sarà pari ad almeno un decimo di quello alzatosi cinque anni fa ai tempi della scalata di Unipol verso BNL.

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Oltre le mitologie giuslavoristiche

Molti mesi fa avevo esposto le mie riserve sulle idee che Pietro Ichino e altri studiosi avevano avanzato per superare alcuni problemi che affliggono il nostro mondo del lavoro. Finalmente oggi Stefano Fassina, responsabile economia e lavoro del Partito Democratico, avanza una proposta decisamente più concreta che elimina molte delle contraddizioni che erano presenti nei precedenti progetti di riforma.

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