Archivi del mese: febbraio 2010

Le mie esperienze alcoliche

Un resoconto d’epoca (doveva essere il 1997) delle mie prime esperienze “mature” con l’alcool, direttamente dalla penna di un vecchio amico.

Chi nell’infanzia non ha avuto almeno per un breve periodo un amico immaginario?! Chi non ha mai giocato coi robot? Ai miei tempi andava di moda Voltron, e giocavo sempre col modellino del robot che si smontava tutto. Ma volete mettere la soddisfazione che si prova nell’avere entrambi? Come? Per esempio avendo un amico androide.

Eh già, una delle sorprese che la vita mi ha riservato è stata quella di scoprire che nel mondo d’oggi esistono anche gli androidi. Quelli che non hanno bisogno di dormire, che posso lavorare, studiare, suonare, seguire lezioni per 20 ore al giorno, che non hanno bisogno di mangiare, che riescono a vivere da soli quale dimostrazione perfetta del significato dell’autarchia, che non soffrono la solitudine, che possono cavarsela sempre da soli, che si mettono in macchina e percorrono migliaia di chilometri … Ecco, più o meno questi sono gli androidi. E quello che mi è capitato, di nome fa Knut.

Io e Knut ci siamo conosciuti qualche mese fa. La cosa che mi ha subito colpito di lui, è questa sua essenza di androide. Non è un atteggiamento, ma è proprio un “essere così”, non umano. Ai miei occhi Knut è l’essere ontologicamente perfetto. Come la macchina che va ad aria, come un governo onesto, come il paradiso terrestre. Tanto che a volte viene il dubbio che esista per davvero e che non sia un ologramma.

Ma come tutti i sistemi perfetti, anche Knut ha un suo punto debole (a parte l’Inter per la quale tifa, ovviamente) ed io da buon hacker ho scoperto il suo bug: l’alcool. Ebbene sì. Qualche sera fra, sclerati entrambi fra esami e impegni, ci siamo visti per fare due chiacchiere e bere qualcosa. Così siamo andati in uno dei locali  che mi piace di più ma dove in 6 mesi non ero mai riuscito a trovare mezzo posto. Così fra la mia sfiga e la sua fortuna da androide, dopo un quarto d’ora abbiamo trovato posto per sederci tranquillamente. Menù in mano, la mia scelta è ricaduta su un passito di Pantelleria e un pezzo di torta con cioccolato e altre schifezze varie (la tentazione era troppo forte: il reparto “torte e dolciumi vari” era proprio di fronte a me!), mentre Knut ha scelto, fra la mia sorpresa, una capiroska alla fragola.

Dopo un inizio di conversazione più o meno equilibrato, la capiroska ha cominciato a circolare nei tubi interni di Knut e qualcosa è andato storto (il famoso bug) per cui il caro Knut ha avuto un progressivo deterioramento del programma “funzioni cognitive e comportamentali”. Da qui in poi, Knut ha cercato in tutti i modi di tamponare il danno. Inizialmente ha ordinato un pezzo di torta come il mio per cercare di frenare l’effetto della capiroska sui suoi circuiti, ma senza molti risultati. Infine ha dovuto disattivare il programma di sicurezza “Orgoglio” per il quale continuava a dire: “Non posso essermi ubiacato! Non posso!”, ma questo è avvenuto soltanto quando il bicchiere era stato svuotato di un quarto, con una ulteriore capitolazione delle residue capacità del sistema, non per ultime le fondamentali “Equilibrio” e “Locuzione logica”.

Così siamo usciti dal locale, e mentre il mio passito sguazzava tranquillamente nei miei vasi sanguigni a riscaldare la serata un po’ frizzante, al mio fianco Knut cercava di camminare, di camminare dritto, e di tenere disattivato il programma “Svuota cestino” (quello che noi umani chiamiamo volgarmente “vomitare”). Nonostante ciò Knut continuava a sostenere che sarebbe riuscito a ritornare a casa al volante della sua macchina. Illuso! Sta di fatto che alla fine, arrivati al parcheggio, ha consegnato a me le chiavi perché lo conducessi a casa. E così è stato. E’ stato emozionante ricondurre a casa un androide mezzo (!!!) ubriaco.

La morale della favola che ho potuto cogliere da questa mirabile esperienza è che … beh, nessuno è perfetto!

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Sprofondo Sud

Durante l’inaugurazione dell’ennesima Fondazione – quella che fa capo ad Altero Matteoli – il ministro per l’economia Giulio Tremonti ha puntato l’indice contro il progressivo scollamento del Mezzogiorno dal resto del paese e, più in generale, dall’Unione europea. Si tratta di affermazioni non nuove che trovano purtroppo conferma nella recente audizione del Capo del Servizio Studi di struttura economica e finanziaria della Banca d’Italia, dottor Daniele Franco, presso la V Commissione della Camera dei Deputati. Analizzando il processo di convergenza dell’Italia verso gli obiettivi stabiliti dalla strategia di Lisbona, quello che colpisce è proprio il preoccupante allargarsi della forbice fra il Nord e il Sud del nostro paese. Mentre il Nord colma il ritardo iniziale rispetto alla media UE, il Mezzogiorno, che già partiva da condizioni difficili, mostra performance decisamente preoccupanti. Il tasso di occupazione si è incrementato in modo marginale (+1,7% a fronte di un +5% del Nord e un +3,9% della UE) così come l’impiego delle donne sul mercato del lavoro (+3% contro un +6,5% del Nord e un +6,3% della UE). Per la prima volta da molti anni al Nord vi sono più occupati in età matura rispetto a quelli presenti al Sud (34,7% contro il 33,8%). Unico dato in controtendenza è la riduzione del tasso di disoccupazione (-6,9% contro un -1,5% del Nord e un -0,6% della UE) che però risente della riduzione dell’offerta di lavoro e di nuovi preoccupanti fenomeni migratori. Insomma, mentre il Nord rimane aggrappato al cuore dell’Europa, il Sud sembra cadere sempre più nel Mediterraneo.

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BIS, IMF e squilibri finanziari

Il solito Riccardo Sorrentino – uno dei pochi buoni motivi per comprare Il Sole 24 Ore di Riotta – fornisce una lucida analisi critica della recente proposta del Fondo Monetario Internazionale (qui una sintesi per i pigri) di aumentare i target di inflazione per le banche centrali a cui io non mi sento di aggiungere nemmeno una parola.

Ho apprezzato molto il riferimento ai lavori della Banca dei Regolamenti Internazionali. Chi si è occupato negli ultimi anni di teoria monetaria sa che i working papers che escono da quel centro studi sono sempre di ottima fattura, sebbene siano sistematicamente snobbati dalla sedicente “frontiera della disciplina”. Mi preme segnalare il contributo di Claudio Borio e Phillip Lowe, che nel lontano 2002 avevano già denunciato il clamoroso abbaglio della Great Moderation e il rischio che episodi di instabilità finanziaria si potessero sviluppare anche in situazioni di moderata inflazione. Tanto per dire, Nouriel Roubini ci arrivò tre anni dopo e tutti gli altri solo dopo essere andati violentemente a sbattere.

Per gli amanti del vintage, c’è pure un celebre articolo di Paolo Sylos Labini del 1981 dal titolo “Luigi Einaudi e la Grande Depressione“. Sylos, dopo aver segnalato come Einaudi nel suo saggio “Debiti” avesse evidenziato una inflazione da profitti negli anni Venti (che anche Keynes notava nel suo Trattato sulla Moneta), incrementata da una politica monetaria estremamente espansiva che aveva permesso un grandissimo aumento del credito e quindi del debito privato nel quinquennio antecedente il 1929, commentava: “La particolare forma di inflazione di cui parlano Keynes, Robbins e, nella sostanza, lo stesso Einaudi, nel nostro tempo appare veramente sconcertante e paradossale: un’inflazione con prezzi stabili! Eppure, si tratta di un problema molto importante”.

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L’ingenuità di Prodi

Romano Prodi torna a parlare della decisione del suo governo di tagliare il cuneo fiscale sulle grandi imprese per un valore complessivo di 5 miliardi di euro. “Debbo tuttavia ammettere” sostiene l’ex-premier “che un errore l’ho fatto davvero nel volere a ogni costo il cuneo fiscale. Come professore sapevo infatti che esso sarebbe stato molto utile all’economia italiana ma, come politico, ho fatto qualche calcolo sbagliato perché, dopo l’ottenimento dei vantaggi dello scudo, l’opposizione della Confindustria al mio governo si è fatta ancora più dura e quotidiana. Dato però che il provvedimento era buono in sé, almeno come professore, non me ne sono pentito“.

Mi permetto di dissentire da Prodi sulla bontà del provvedimento. Come ebbi modo di scrivere già allora, il taglio del cuneo fiscale non era altro che un curioso meccanismo per garantire una svalutazione competitiva ai tempi dell’euro. Una scelta, quindi, che avrebbe permesso un recupero di quote di mercato nel breve periodo (come Prodi ricorda con un certo orgoglio nell’articolo), ma che – in assenza di interventi sulla struttura produttiva e industriale – avrebbe determinato il perpetrarsi se non addirittura l’aggravarsi di una situazione che già molti denunciavano come insostenibile. L’errore non fu – come sostiene Prodi – quello di volere a tutti i costi il cuneo fiscale, ma quello di non voler intavolare con le parti sociali (in particolare la Confindustria) un patto che prevedesse uno scambio politico: il governo si impegnava a sostenere – attraverso un poderoso sconto fiscale – le esportazioni italiane sui mercati internazionali e le industrie si sarebbero dovute contemporaneamente impegnare ad avviare un processo di ristrutturazione e riconversione industriale capace di autosostenersi nel lungo periodo, quando i benefici del provvedimento governativo sarebbero venuti meno. Un patto che probabilmente non avrebbe avuto effetti pratici molto diversi dal provvedimento varato da Prodi nel 2006, considerata la ormai proverbiale tendenza della grande industria privata a disattendere qualsiasi accordo che li veda protagonisti (da ultimo, le scelte del management Fiat), ma che avrebbe almeno inchiodato la Confindustria alle proprie responsabilità. Se così si fosse fatto, oggi Prodi avrebbe potuto scaricare sulla grande impresa le colpe di una mancata politica di rilancio, vantando invece l’impegno responsabile del suo governo. Invece è stato costretto a denunciare solo la propria ingenuità, cosa che per un politico – e più in generale, per una classe dirigente – non è mai una bella cosa da fare.

PS: da non perdere la Lectio Magistralis di Romano Prodi a Manifutura.

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L’aritmetica ideologica di Maastricht

L’articolo odierno di Giacomo Vaciago sull’aritmetica di Maastricht si inserisce a pieno titolo nel crescente filone che tende a sottolineare la sostanziale inadeguatezza del Patto di Stabilità e Crescita (PSC) come costituzione economica della Unione europea. Non si tratta di un argomento nuovo, ma è piacevole osservare che l’argomento sia ormai uscito dall’autoreferenziale dibattito accademico in cui era impantanato da anni, per fare capolino pure sulla grande stampa.

Il discorso da fare sarebbe naturalmente ben più ampio e articolato.

Come è noto, l’Unione europea è una storia di volontà politica e forze socio-economiche. In tempi recenti, il culmine dell’attivismo politico a favore dell’unificazione europea è stato probabilmente raggiunto sotto la presidenza del socialista Jacques Delors, e in particolare nel fondamentale documento che tracciava in maniera vincolante il percorso verso l’unificazione. Il Trattato di Maastricht e il successivo PSC hanno però imposto una svolta ad “U” rispetto al percorso tracciato dal Rapporto Delors, che invece poggiava su due istituti: l’Unione economico-monetaria e l’Unione politica.

La differenza che più colpisce fra i due è l’inversione tra mezzi e fini. Il Rapporto Delors poneva l’Unione politica come il fine ultimo dell’azione dei governi, e la Unione monetaria come mezzo per rimuovere impedimenti economici al raggiungimento di tale fine. Una maggior convergenza macroeconomica, una più ampia armonizzazione delle economie e una migliore distribuzione delle risorse comuni venivano presentati come compiti di più semplice attuazione all’interno dell’Unione monetaria, grazie alla rimozione di spinte centrifughe legate a monete nazionali e tassi di cambio, all’introduzione di rafforzati strumenti fiscali federali e ad una politica di investimenti pubblici su scala comunitaria. Il Trattato di Maastricht e il successivo PSC, invece, fissavano la Unione monetaria come fine in sé attraverso un processo di convergenza macroeconomica da attuarsi sotto la piena ed esclusiva responsabilità di ciascun singolo paese membro (su questo punto si veda la prima parte dell’editoriale di George Soros sul Sole di oggi). In tal modo, si sottoponeva la volontà politica di adesione alla Unione europea – manifestata nelle appropriate sedi istituzionali – alla prova del fuoco dell’impegno alla convergenza macroeconomica.

Il Trattato di Maastricht e il successivo PSC risentivano poi del clima intellettuale che ha dominato gli anni Novanta, in cui si fece largo l’idea che l’interesse pubblico – univocamente individuato dall’efficienza economica – dovesse essere protetto dai difetti e dai meccanismi democratici sottoponendo da un lato ogni azione pubblica all’insindacabile “giudizio dei mercati”, unici depositari dell’efficienza economica e, dall’altro, limitando i poteri dei governi in campo economico mediante regole di rango costituzionale. La scrittura di tali regole, ovviamente, doveva essere affidata ad un organismo super partes composto di economisti e giuristi, autentici interpreti del “bene” economico (ed è curioso osservare che oggi, a distanza di quasi vent’anni, ci siano ancora persone che immaginano la definizione delle regole del nuovo ordine mondiale come compito esclusivo di organismi tecnici estranei alla politica).

I deludenti risultati dell’Europa dell’ultimo decennio, uniti alla scoperta che i robusti firewalls di protezione contro gli eccessi della finanza pubblica nulla hanno potuto di fronte ad un incendio scoppiato nel settore privato, hanno finalmente riaperto un dibattito che si spera non resti confinato nei tecnicismi (cosa che finirebbe per esaltare il fondamento ideologico del PSC) ma che fornisca materiale utile per un piano di revisione dei trattati europei.

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Cene e servizi a domicilio

A: Secondo me dovresti provare a risolverlo backward …

B: Ci proverò dopo cena, ora ti saluto.

A: … altrimenti potresti eliminare i ritardi nella seconda equazione …

B: ok, ciao.

A: … oppure sostituire il tasso di interesse con un proxy e vedere cosa succede …

B: succede che mi hai fatto bruciare la cena! [Omississ]

A: potevi dirmelo!

B: sono dieci minuti che sto cercando di liquidarti.

A: e ora?

B: e ora ci penso. Se faccio una corsa c’è ancora la mensa aperta.

A: ordinati una pizza no? Al [Omississ] fanno ne fanno una meravigliosa. E te la consegnano pure a casa! Dai che passo da te così mentre mangiamo vediamo di sistemare quel modello. Chiamali tu … il numero dovrebbe essere [Omississ]. A forza di chiamarli so il numero a memoria … eh eh.

B: ok, ti aspetto.

(Dopo pochi istanti …)

B: Pronto, … ehi pronto?

C: [voce disturbata] pronto! Mi sente ora?

B: Ora sì. Buonasera … ehm, volevo chiedere … fate anche il servizio a domicilio?

C: Beh … sì …

B: Ma fate anche le maxi?

C: Ma …

B: Scusi, ma è il Pizzeria [Omississ]?

C: No, la Croce Bianca

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Sincerità

A: che giacca ti sei messo??

B: cosa ha che non ti va?

A: è semplicemente orribile.

B: ma se me l’avevi fatta comprare tu …

A: mmmm

B: … a me nemmeno piaceva!

A: sarà stato molto tempo fa …

B: no, stavamo già insieme

A: si vede che ero già a caccia di buoni motivi per lasciarti

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