Archivi del mese: dicembre 2009

E la nave va … indietro

Rispetto ai massimi toccati all’inizio del 2008, nel secondo trimestre dell’anno in corso l’indice della produzione [industriale, ndr] ha segnato una diminuzione cumulata prossima al 25 per cento, con il risultato che, nella scorsa primavera, il volume delle merci prodotte si era riportato al livello della metà degli anni ottanta. Nella media dell’area e nei suoi principali paesi, il calo, pur assai pronunciato, è stato inferiore. Misurato in termini di trimestri persi, cioè di quanto indietro nel tempo sono tornati i livelli della produzione, la maggiore gravità della situazione italiana risulta evidente: i 12 e 13 trimestri di Francia e Germania si confrontano con i quasi 100 dell’Italia (Bugamelli et al., 2009, p. 9)

Bugamelli, M., Cristadoro, R.,  Zevi, G., 2009, “La crisi internazionale e il sistema produttivo italiano: un’analisi sui dati a livello di impresa“, Occasional Paper, 58, Banca d’Italia
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Il blogger agée

Cosa direbbe a un giovane blogger terrorizzato dall’inciucio?
«Non penso che il blogger di cui lei parla sia tanto giovane. Credo sia un po’ più agée. Quelli giovani si preoccupano piuttosto di quanto si è fatto col clima a Copenhagen, non di queste storie…»

(Massimo D’Alema intervistato da L’Unità)

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Chiedere di Rovati

Va da sé che se chi fa funzionare i telefoni possiede anche la rete, l’anelata concorrenza, che dovrebbe migliorare le condizioni degli utenti, di lusso e non, è soggetta a un conflitto d’interessi tra i tanti che fanno di questo paese un campione mondiale.

Libera parafrasi dell’articolo di Antonio Statera su Repubblica di oggi. Perchè il problema è lo stesso, anzi è ancora più grave. Perchè le Ferrovie sono di proprietà pubblica, mentre Telecom è una azienda privata e – almeno formalmente – contendibile sul mercato. Un governo, non più di tre anni fa, cercò di risolvere il problema, e sappiamo tutti come andò a finire.

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Servizio completo

Con l’introduzione del Frecciarossa le Ferrovie dello Stato hanno ridotto i tempi di percorrenza Roma-Milano di 30 minuti (da 3 ore e mezza a 3 ore) aumentando il prezzo del biglietto di 10 euro e portando ad un’ora il ritardo minimo per chiedere il rimborso. Visto il successo di questa prima settimana di esercizio non è escluso che il tempo di percorrenza venga ulteriormente abbassato a 2 ore, con un aumento del prezzo di altri 20 euro e venga fissato a 2 ore il ritardo minimo per il rimborso.

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Azionismi

Scalfari ha in mente un grande partito azionista di massa. L’azionista lo vedo, è la massa che mi pare scarseggi.

(Massimo D’Alema)

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Geni ed economisti di talento

Dalle colonne de LaVoce.info l’economista Marco Pagano ci regala un breve ma intenso ritratto di Paul A. Samuelson a cui vorrei fare solo tre piccole annotazioni. La prima è che Samuelson, pur essendo uno degli artefici della rifondazione dell’economia politica su rigorose basi matematiche, non si è mai abbandonato al fanatismo, come invece è accaduto a molti suoi colleghi più giovani: “Forse l’inclinazione borghese per il laissez-faire è l’unico caso che si riscontri nel quale un numero notevole di persone abbia quasi trasformato in idoli delle derivate parziali“. La seconda osservazione riguarda un articolo di qualche anno fa apparso sul Journal of Economic Perspectives in cui Samuelson – pur ribadendo la validità della teoria del commercio internazionale ricardiana – si chiedeva dove si sarebbe fermata la specializzazione produttiva dei Paesi emergenti: entro quanto tempo i Paesi asiatici sarebbero stati in grado di produrre tutto ciò che sapevamo fare noi, ma con salari indo-cinesi e quindi in modo decisamente più competitivo? A quel punto cosa ci sarebbe rimasto da fare a noi occidentali? Dove ci saremmo fermati? La domanda non era affatto idiota, ma siccome era molto sgradevole e il mondo non era ancora finito, tutti i giovani leoni che oggi si battono il petto facendo dei commoventi mea-culpa pensarono che Samuelson si fosse fatto vecchio e lo derisero allegramente. L’ultima annotazione riguarda il paragone con Keynes. Come ha ricordato Paul Krugman pochi giorni fa, tutti gli economisti hanno l’ambizione di scrivere nella loro vita almeno un paper capace di cambiare il modo di concepire un determinato problema; Samuelson ne scrisse a dozzine e ha fatto bene Pagano a ricordarcene alcuni fra i più significativi. Ma detto questo, Keynes era un genio mentre Samuelson – con rispetto parlando – era solo un economista di talento.

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Enfant terrible emeritus

Vincitore singolo del premio nel 1970, Paul A. Samuelson, enfante terrible emeritus, secondo la sapida definizione di Leonard Silk, non cessa di stupire con il volgere degli anni. Di lui si può dire quello che Dennis Robertson ebbe una volta ad osservare di Keynes, nel senso che ogni accostamento alla sua opera era inevitabilmente destinato a tradursi in un furto. L’agilità estrema con cui egli utilizza, al tempo stesso, l’esposizione formale, diagrammatica e verbale, la vigorosa forza polemica, le capacità divulgative sul piano pubblicistico ne fanno incontestabilmente uno dei vertici del pensiero economico contemporaneo. Ciò che più di ogni altra cosa vale la pena rilevare, dallo specifico angolo visuale di queste note, è l’impegno con il quale egli non ha mai esitato, in anni recenti, ad associarsi alla fitta controversia sulla “teoria del capitale”, nella quale hanno avuto parte di primo piano alcuni economisti italiani delle generazioni ancora giovani, largamente noti sul piano internazionale. È singolare che, all’irruenza contrapposta ai tentativi iniziali di Samuelson di reinterpretare in senso difensivo la non ingloriosa tradizione del pensiero marginalista (che soltano i superficiali possono far rientrare nella cosiddetta “economia volgare”), non abbiano fatto riscontro riconoscimenti adeguati per la sua esemplare integrità nella “chiusura” (indubbiamente provvisoria, come lo sono tutte) della pungente controversia: “Se tutto ciò causa emicranie a quei nostalgici delle antiche parabole di derivazione neoclassica, dobbiamo ricordarci che gli studiosi non sono venuti al mondo per avere una facile esistenza. Dobbiamo rispettare, e considerare nel loro valore, i fatti della vita”.

È che, con gli anni, alla grandezza di Samuelson ha aggiunto la saggezza e, forse, una più disincantata considerazione delle capacità di effettiva comprensione della realtà raggiungibile mediante l’impiego più scaltrito delle inevitabili semplificazioni teoriche. Non altrimenti sembrano spiegarsi queste sue riflessioni più recenti: “Gli eventi dell’ultima mezza dozzina di anni ci hanno dimostrato che gran parte dell’economia rimane un’arte, più che una scienza. Lo studio dell’economia è interessante perché l’oggetto della nostra analisi è difficile, tutt’altro che semplice. Ancora una volta, a mio avviso, l’esperienza ci ha insegnato in modo rude che l’eclettismo nell’indagine economica non è tanto una cosa desiderabile, quanto una necessità”.

[da Federico Caffè, I Nobel, in L’economia contemporanea, i protagonisti e altri saggi, Edizioni Studium, 1987, pp. 49-50]

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