Cronologia del debito

Vorrei spendere due parole sulla questione del debito pubblico, richiamata all’attenzione in questi giorni dal ministro Tremonti e da questo articolo di Maurizio Ricci pubblicato su Repubblica. Spiace che l’autore si sia prestato a fornire una ricostruzione quantomeno fatalista dei motivi per cui la maggior parte del debito italiano sia finito in mano straniera, mentre abbia volutamente evitato di spiegare come questa situazione sia il risultato di una precisa strategia elaborata all’inizio degli anni Novanta dalle autorità italiane e dai loro consiglieri accademici (quelli che ancora oggi pontificano a piede libero sulle prime pagine dei quotidiani).
Per raccontare come siano finiti nell’attuale situazione, bisogna fare un balzo all’indietro fino all’inizio degli anni Settanta. Il crescente aumento dell’inflazione aveva costretto le autorità italiane a massicce emissioni di debito pubblico. In una prima fase  si costrinse di fatto le banche ad assorbire i titoli, fino al punto di rischiare una autentica paralisi finanziaria. Successivamente, per ridare loro la capacità di prestare alle imprese, si decise di destinare il debito pubblico ai risparmiatori, che fino ad allora avevano comprato case e tenuto i soldi in banca e alla Posta. Per superarne i timori gli si dovevano dare titoli esenti da rischi quanto al valore nominale, e lo si fece inventando i CCT. Sembrò così che lo stellone d’Italia (nobile antenato dell’altrettanto famoso culo di Prodi) avesse ancora una volta fatto il miracolo. Spostando l’enorme stock del debito pubblico dalle banche alle famiglie si otteneva infatti il doppio risultato di restituire le banche allo loro funzioni istituzionali – favorendo la ripresa economica – e abituare gradualmente il pubblico a investimenti finanziari diretti. Il segreto del successo stava nella indicizzazione dei CCT, che li rese talmente appetibili che le famiglie, in breve tempo, si trovarono a detenere ben il 70% del gigantesco debito pubblico italiano, caso unico tra i paesi sviluppati.

All’inizio degli anni Novanta, le autorità – mentre tentavano di arginare lo strabordante deficit dello Stato – decisero che era tempo di ridurre l’eterodossia finanziaria italiana, riportando il mercato dei titoli a una struttura più simile a quella degli altri Paesi europei, dove prevalevano i buoni a tasso fisso e a prezzo variabile (i BTP), acquistati da investitori istituzionali e intermediari finanziari. Le autorità italiane si trovarono però a perseguire una strategia di ritorno ad un mercato finanziario ortodosso proprio quando le banche italiane non volevano titoli di Stato, intente com’erano a finanziare le imprese nel clima di boom economico internazionale, trainata dagli Stati Uniti. Fu giocoforza quindi contare progressivamente di più sugli investitori istituzionali stranieri per assorbire i nuovi BTP. Sfortuna volle che proprio in quel periodo gli investitori istituzionali inglesi e americani stessero cambiando il modo di gestire il proprio portafoglio di titoli a reddito fisso: non li compravano più per tenerli fino alla scadenza, ma per scommettere sui guadagni di capitale che potevano ottenere a causa della variazione dei prezzi degli stessi titoli. E si avventuravano sempre più spesso anche sui mercati dei titoli di altri Paesi. Tutto ciò indusse una tendenza alla oscillazione continua e anche profonda nel prezzo dei titoli. Le autorità italiane si trovarono così ad avere trasformato la struttura del debito pubblico a favore dei titoli a cedola fissa proprio quando i prezzi del reddito fisso cominciavano a ballare sempre di più sui mercati internazionali. Avevano scoperto l’uovo di Colombo, i CCT venduti direttamente alle famiglie italiane, che sono le primatiste mondiali del risparmio, e l’hanno buttato via proprio quando gli eventi del mercato internazionale ne richiedevano l’uso.

La nostra economia, che aveva, unica tra quelle sviluppate, la fortuna di possedere una massa enorme di acquirenti definitivi e stabili di titoli pubblici, si trovò esposta alle oscillazioni dei tassi dettate dai mercati internazionali per non parlare della fiducia sulla solvibilità del debito che ancora oggi ci fa tremare ogni volta che una agenzia di rating apre bocca. In tutto questo il destino cinico e baro c’entra poco. C’entrano scelte sbagliate su cui prima o poi qualcuno dovrà trovare il coraggio di scrivere.

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2 commenti

Archiviato in Economia

2 risposte a “Cronologia del debito

  1. Uhm. Dal tuo articolo sembra come che difendi la strategia dei CCT e dei deficit di bilancio..

    Non ho capito due cose.
    1) dici che l’inflazione dei ’70 ha costretto a indebitarsi. Ma a parte che l’inflazione favorisce i debitori riducendo i debiti nominali, avevo sempre saputo che l’alta inflazione degli anni ’80 era dovuta alla scala mobile, la riforma mal finanziata delle Asl (di fine anni ’70, mi pare) e a tutta una serie di avanzamenti sociali che però non avevano adeguata copertura e richiedevano continui deficit di bilancio (anche il 10% del PIL).

    2) non so se lo ometti apposta, ma penso che dovresti citarla la crisi della lira del 1992. La tua argomentazione che gli Italiani buttano alle ortiche un meraviglioso metodo di finanziamento è un po’ traballante, no?
    Spingendo il tuo ragionamento un po’ provocatoriamente sembri affermare che le famiglie italiane avrebbero potuto continuare a comprare CCT all’infinito, finanziando il budget statale e ricevendo indietro una cedola, a sua volta finanziata da nuovo debito. Questo ricorda molto le piramidi albanesi degli anni ’90 (o certe prassi in voga alla Lehman Brothers ;).
    La lira si sarebbe continuata a svalutare sempre di più. Il debito sarebbe potuto arrivare anche al 200-300% del PIL dato che i titoli erano detenuti da residenti. Ma il risultato sarebbe stata iperinflazione à la zimbaboise..

    Forse per evitare questo, piuttosto che “sbagliando” come dici tu, si è scelto di porsi allo scrutinio dei mercati. Per legare le mani ad una allegro modo di fare che ci stava portando alla bancarotta. 🙂

  2. In breve:
    1) ammetto di essere stato molto sintetico (se ti interessa la storia economica italiana degli ultimi 40 anni c’è la monumentale raccolta di Signorini e Visco). Il crollo della produzione e l’aumento della disoccupazione, causato dalla stagflazione di inizio anni Settanta, ha costretto il governo ad un aumento del deficit in funzione anticiclica a sostegno della domanda. Solo successivamente si cominciò a percorrere la strada della politica dei redditi.

    2) Sulla drammatica posizione debitoria italiana nessuno ha nulla da contestare, ovviamente. Tuttavia nel pezzo cercavo di segnalare un duplice errore: a) si è voluta mettere fine all’eterodossia finanziaria italiana in modo sbagliato, concentrandosi su un prodotto (il BTP) che in quel momento nessuno voleva e costringendoci per un certo numero di anni a praticare condizioni estremamente svantaggiose. b) fatto salvo per la legge bancaria del 1993 (per altro, recepimento di una direttiva europea), nulla è stato fatto per normalizzare il sistema finanziario italiano. Risultato: abbiamo internazionalizzato il debito pubblico, sottoponendoci a tutte le fluttuazioni e incertezze del caso, senza avvantaggiarci dei benefici che il risparmio liberato da questa operazione potesse affluire alle imprese.

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