Angela alle prese con la crisi

Non si può certo dire che il dibattito sulla politica economica in Germania sia particolarmente entusiasmante. Due sono i motivi principali: da un lato, non vi è nessuna seria discussione su cosa non vada nel sistema economico. Dall’altro, si continuano a ripetere i soliti luoghi comuni della politica economica e – in particolare – sulla politica fiscale.

Alcuni giorni fa la cancelliera Angela Merkel ha accusato pubblicamente le banche di non erogare abbastanza prestiti a famiglia e imprese. Lo stesso giorno i dati dell’ufficio centrale di statistica hanno segnalato un brusco calo della domanda aggregata, sia dei consumi che degli investimenti privati. Di fronte a questo dato così allarmante le soluzioni proposte sono state essenzialmente due: (1) dare più soldi alle banche (per aumentare la disponibilità a concedere prestiti) e (2) dare più soldi ai consumatori (per stimolare i consumi e, di conseguenza, la domanda aggregata) concedendo loro degli sconti fiscali. Ma è davvero tutto così semplice?

La prima cosa che balza all’occhio è che buona parte del dibattito pubblico delle ultime settimane si sia concentrato quasi esclusivamente solo sui sintomi della crisi economica (calo dei consumi, calo dei prestiti, crollo degli investimenti), e mai sulle cause. E le soluzioni proposte per curare questi sintomi risuonano semplici e logiche agli occhi dell’opinione pubblica, ma non è affatto detto che siano corrette.

Per prima cosa, ci troviamo in una posizione in cui la politica monetaria non sembra avere molte cartucce nel caricatore.  Nelle scorse settimane la BCE ha più volte aumentato l’offerta di moneta allo scopo di ridurre il tasso di interesse, stimolare gli investimenti privati e, quindi, aumentare la produzione e l’occupazione. Eppure a guardare dai magri risultati conseguiti sembra che, da qualche parte, questa catena si sia interrotta. E’ vero – come sostiene la cancelliera – che le banche sono sempre più restie a concedere prestiti, ma è pure vero che le imprese si mostrano riluttanti ad investire. A riprova di questo vi sono i dati che mostrano come la maggior parte delle richieste di credito da parte delle imprese copra un orizzonte temporale di pochi mesi, segno tangibile che il denaro chiesto a prestito più che ad investire serve a ripagare debiti accumulati in precedenza. In secondo luogo, i consumatori sembrano sempre meno propensi a consumare. E il motivo probabilmente non risiede nelle alte imposte sul reddito (visto che sono state abbassate ripetutamente abbassate a partire dal 2000) né nella disoccupazione in aumento (visto che l’ultimo dato la indica ancora in discesa) o, ancora, nel fatto che i consumatori sono eccessivamente indebitati (in Germania?!?). Si può quindi dedurre facilmente che non si tratta di un problema legato al reddito disponibile delle famiglie. Più banalmente le persone, in questa fase di incertezza e con fosche prospettive future, vogliono risparmiare di più a scopo precauzionale.

Fatta questa lunga premessa, una riduzione fiscale per i consumatori – così come è nelle corde del governo e della stampa – difficilmente potrà aiutare ad uscire da questa preoccupante situazione. Le famiglie, infatti, hanno deciso di ridurre la loro la spesa non perché hanno dovuto, ma perché hanno voluto. Un incentivo fiscale finirebbe con buona probabilità ad ingrossare la quota di risparmio o, nella peggiore delle ipotesi, a imbottire il materasso. Non è tutto, purtroppo. C’è un altro dilemma importante per il policy maker: anche assumendo che il taglio fiscale sia in qualche modo efficace nell’aumentare i consumi, chi ci garantisce che esso sia sufficiente? Come sarà possibile valutare la quantità di sconto fiscale che verrà effettivamente speso trasformandosi – con tutti gli effetti moltiplicativi del caso – in un aumento della domanda? Detto in altri termini, il problema non è solamente quello di aggiungere un po’ di domanda a quella attuale, ma fare sì che gli imprenditori abbiano la garanzia che (1) a breve vi sarà un aumento degli acquisti di beni e servizi da parte delle famiglie e (2) non vi sarà deflazione. Garantire questo duplice risultato con stampa e istituti di statistica che bombardano l’opinione pubblica di foschi presagi resta un enigma di difficile soluzione.

La variabile critica su cui agire dovrebbero essere gli investimenti privati. E la soluzione che fornisce uno stimolo deciso è l’aumento della spesa pubblica in deficit, perché questo è il solo strumento che garantisce con certezza che il denaro verrà effettivamente speso e non tesoreggiato. I bassi tassi di interesse reale (uniti ai probabili futuri tagli che verranno operati dalla BCE) renderebbero il finanziamento del deficit  una operazione a basso costo, almeno nel breve/medio periodo, ovvero un arco di tempo più che sufficiente a riportare il sistema economico fuori dalle secche. Ma non credo che questa opzione verrà presa in considerazione dai policymakers.

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2 commenti

Archiviato in Economia

2 risposte a “Angela alle prese con la crisi

  1. Lavori pubblici!
    Costruiamo ferrovie, autostrade, ristrutturiamo scuole, ospedali.

    Per creare occupazione e reddito dal lato della domanda; innescare una ripresa di produzione tramite i beni intermedi.

    Il vero problema però è che non ci sarà coordinamento internazionale, sarà la solita Germania a tirare avanti la baracca per chi come Italia e Inghilterra non ha spazio di manovra. Una moderna edizione del beggar-thy-neighbour degli anni ’30.

  2. He he … già. E non sembra che la Germania abbia intenzione di fare il ciucco stavolta. Ci scriverò qualcosa nei prossimi giorni.

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