La cancellazione della politica

Prendo spunto dall’ottimo pezzo di Francesco per qualche breve (e assai meno ambiziosa) digressione per punti:

  1. Dopo il 1989 non furono pochi coloro che sostenevano che il compito della “sinistra” non doveva più essere quello di realizzare il socialismo, ma di costruire la democrazia. Il fallimento del socialismo reale portava con se la consapevolezza che la guerra fredda aveva prodotto guasti anche sul fronte occidentale, dove l’abbandono di alcune regole democratiche era stato giustificato dalla necessità di fronteggiare il pericolo comunista. Liberi ormai da quell’obbligo, nulla avrebbe dovuto più opporsi al rilancio nella sua pienezza del processo democratico. Da qui probabilmente la scelta dei comunisti italiani di evitare – con la svolta – l’accostamento con qualcosa che si considerava superato (socialismo, laburismo, socialdemocrazia, …) per altre cose ritenute più al passo con le sfide de momento (la democrazia e la generica “sinistra” come la forza capace di realizzarla).
  2. Con onestà bisogna ammettere che in questo piano di rilancio democratico la “sinistra” italiana  (semplificando al massimo, gli ex-comunisti) non si è particolarmente distinta. A molti è sembrata prigioniera di ansie identitarie o di legittimazione, che l’hanno portata a prendere numerosi abbagli di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.
  3. Fra gli errori più gravi commessi nei ruggenti anni Novanta spicca, a mio modo di vedere, l’identificazione pressochè totale fra capitalismo e democrazia. Peggio ancora, il capitalismo – seguendo la felice strada inaugurata da Milton Friedman – è stato a lungo presentato come la condizione necessaria per avere la democrazia. Tale schema deriva probabilmente da una forzatura interpretativa che vede il crollo del sistema comunista non come la vittoria della democrazia sul totalitarismo, ma del mercato sul comunismo. Si tratta di una interpretazione che, tra l’altro, trascura il fatto che il consenso alle istituzioni democratiche (in Italia come nel resto dell’Europa occidentale) era stato assicurato anche da un insieme di misure messe a punto pure con l’intento di contrastare la suggestione delle conquiste sociali che veniva dai paesi comunisti. Venuto meno il pericolo sovietico, il tempo era apparso propizio anche ad una revoca di quei diritti, e ad un rilancio senza limiti di un’esclusiva logica di mercato.
  4. Il principale risultato di questo errore è stato quello di attribuire all’economia la legittimazione a cancellare la politica. La famosa metafora dei mercati che votano ha finito per azzerare progressivamente il voto democratico dei cittadini.
  5. E’ in questo schema che, soprattutto negli ultimi anni, si è tentata una sorta di scambio fra diritti di “quarta generazione” e diritti di “terza generazione”. I diritti sociali hanno subito una drastica riduzione, solo parzialmente compensata dai cosiddetti nuovi diritti. Eppure anche una visione molto riduttiva della democrazia porta con se l’idea che il processo democratico possa funzionare solo se certe precondizioni (quella che una volta si chiamava “libertà dal bisogno”) sono in qualche modo soddisfatte, pena la creazione di diffuse situazioni di esclusione, che sono alla radice del distacco dei cittadini dalla politica.
  6. Porre rimedio agli errori degli anni Novanta e riprendere in mano il filo dei diritti sociali potrebbe essere un buon viatico per un partito che – sin dal nome – si dice “democratico”.

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