Archivi del mese: ottobre 2008

A titolo personale

Alle sparate di Paola Binetti ormai siamo abituati. Così come siamo pure abituati alle toppe di Giorgio Tonini, che sono sempre peggiori del buco. Stavolta però penso che si sia passato il segno.

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Il filosofo dell’usato

Io questa cosa delle “idee che devono prevalere sugli interessi” l’ho già sentita da qualche parte. E sono due.

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Mi pare

E’ stato annunciato che raccoglieremo le firme, mi pare. Bene, le raccoglieremo

(Massimo D’Alema)

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L’immaginazione al potere

Approfittando del caos creato dal decreto Gelmini, Francesco Giavazzi torna alla carica con un suo vecchio cavallo di battaglia: la principale debolezza dell’università italiana è dovuta al fatto che a pagarla non sono le famiglie degli studenti, ma i contribuenti. Qualcuno dovrebbe spiegare allo smemorato Giavazzi che questo orribile principio non è applicato solo in Europa, ma anche in tutte le grandi università americane, dove i cittadini residenti possono ottenere un ottimo servizio ad una frazione del suo costo. L’esempio classico è l’Università di Berkeley, finanziata solo per il 13% dai contributi delle famiglie degli studenti che la frequentano, mentre i contribuenti pagano circa il 60% dei costi. Ma non si tratta di un caso isolato: complessivamente le università pubbliche e private degli Stati Uniti sono finanziate dalle tasse di iscrizione per il 20% dei loro costi.

Ora è chiaro che il Paese in cui i costi dell’istruzione universitaria sono pagati dalle famiglie e non dai contribuenti non esiste, se non nella fervida immaginazione di Giavazzi. Solo la rivoluzione culturale cinese tentò, quarant’anni fa, una simile trasformazione del sistema universitario, quando mandò gli scienziati a coltivare i campi. Io credo che nelle periodiche sparate di Giavazzi non ci sia nessun metodo se non la retorica. Solo un accanimento ideologico senza rimedio può ridurre la complessità del sistema del sapere e della sua trasmissione, per non parlare della cooperazione scientifica nella produzione di ricchezza, a mera barzelletta contabile. A meno di considerare il sistema educativo nel suo insieme non come il luogo di produzione di ricchezza sociale, non come protezione dal decadimento culturale, scientifico, economico del Paese, ma come un semplice dispositivo di autopromozione dei singoli. Ma a questo punto bisognerebbe tenere presente che il costo di formazione di uno scienziato o di un tecnico di alto livello, non potrà mai essere compensato dai suoi guadagni, in nessun Paese del mondo.

A Giavazzi e ai suoi (sempre meno numerosi) fans bisognerebbe spiegare che il mercato spesso non guarda lontano, e quelle poche volte che tenta di farlo, lo fa sulla base di previsioni. E che, al contrario, il progresso scientifico e culturale si basa prevalentemente sull’imprevisto, sull’anticipazione della domanda, su una libertà pressoché totale dalla contingenza, su una eccedenza di sapere rispetto a quello immediatamente spendibile sul mercato. E’ vero, dannatamente vero, come dice il vulgata, che l’Università italiana è piena di centralismi e interessi corporativi. Ma raramente il mercato, che entrambi li contiene e li coltiva, è riuscito a correggerli. Il dramma è che ci sono persone che faticano ad immaginarsi interazione sociale diversa dal mercato. Francamente non mi stupisco. Si vede che hanno letto e capito Schumpeter: occuparsi di cose immediatamente spendibili, sfruttando la rendita di posizione per riempirsi le tasche. E pazienza se a riempirsi le orecchie di sciocchezze sono i lettori italiani.

4 commenti

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Rivoluzionari mancati

Chiedere al Preside la possibilità di utilizzare un’aula universitaria per tenere una assemblea di dottorandi e ricercatori in una Facoltà occupata dagli studenti è la cosa più reazionaria che potessi fare.

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Happy Days

Io me li ricordo i giovani comunisti romani negli anni Settanta. Passavano i pomeriggi davanti alla televisione a guardare Happy Days … Fonzie!

1 Commento

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Dieci anni fa …

… ci andava sicuramente meglio.

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