Archivi del mese: aprile 2008

Il rancio di Francesco Rutelli

L’ ombra di Bettino Craxi ha presenziato all’ ennesimo “faccia a faccia” in tv tra i candidati sindaco Francesco Rutelli e Gianfranco Fini. Ieri l’ ex segretario del Psi ha fatto giungere all’ esponente progressista il suo sostegno. “No grazie – ha replicato Rutelli durante la trasmissione su Canale 5 – e’ una polpetta avvelenata, una provocazione preparata a tavolino per danneggiarmi. Vorrei vedere Craxi consumare il rancio in galera al piu’ presto”. Fini non ha mancato l’ occasione per dire la sua: “La verita’ e’ che Craxi appoggia Rutelli perche’ con lui sindaco di Roma avra’ la possibilita’ di rientrare in politica”.

Tra le palme finte della scenografia di Canale 5, che ieri sera ha ospitato negli studios del Celio l’ ennesimo “faccia a faccia” tra Francesco Rutelli e Gianfranco Fini, si e’ consumato uno degli scontri piu’ pesanti di questa campagna per l’ elezione del sindaco di Roma. In mattinata le agenzie di stampa avevano gettato sul candidato progressista tutto il peso del sostegno di Bettino Craxi. Senza fare il nome di Rutelli, l’ ex segretario del Psi ha affermato che “e’ assolutamente giusto che i responsabili del Psi sentano il dovere di compiere ogni sforzo possibile per concorrere a impedire una vittoria del segretario del Msi”. E ha aggiunto: “I voti socialisti e ex socialisti dovrebbero essere tutti disponibili per il candidato alternativo”. Non e’ mancata una postilla tutta craxiana: “Meglio sarebbe naturalmente se questi voti venissero richiesti e sollecitati in modo aperto e pubblico e in buona e dovuta forma”. Enrico Mentana, che ha condotto il “Braccio di ferro” con i due ospiti, non poteva non avviare il dibattito senza citare l’ “abbraccio” di Craxi a Rutelli. E l’ atmosfera si e’ subito scaldata. “No, grazie. A questa offerta di appoggio rispondo cosi’ “, ha subito replicato il candidato progressista che era stato preparato alla domanda dallo stesso conduttore prima della messa in onda. “La considero una velenosa provocazione. Io e Craxi siamo avversari, mi ha tenacemente contrastato la scorsa primavera, in Campidoglio, quando ero candidato sindaco”. Quella di Craxi, ha continuato Rutelli, “e’ una polpetta avvelenata, una provocazione preparata a tavolino”. L’ aspirante sindaco sa di avere in mano un argomento delicatissimo (poche migliaia di voti possono decidere la sua elezione) ma sa anche di poter sparare ad alzo zero su uno dei politici meno amati in Italia. “Vorrei vedere Craxi in galera al piu’ presto”, incalza. “E una sciagura che Craxi vada ancora in giro” si slancia Rutelli immaginando l’ ex segretario del Psi impegnato a consumare “il rancio delle patrie galere”. Il candidato progressista sente di mantenere bene il ritmo. Sembra perfino infervorato: “Craxi vuole solo danneggiarmi”. Ma ecco che Fini fa uno sgambetto. Interrompe: “Capisco l’ imbarazzo di Rutelli. Sta compiendo un patetico tentativo di arrampicarsi sugli specchi. La realta’ e’ che Craxi lo appoggia perche’ con lui sindaco ha la possibilita’ di rientrare in politica. E piu’ garantito da Rutelli che da me”. E ancora: “Craxi mi avversa perche’ sa che se vinco io lui certo resta fuori”. La polemica si allarga, mette in campo Berlusconi e il pluralismo delle sue testate. Fini se la prende anche con Mentana, una battuta con lo staffile: “Forse quando lei era amico di Craxi c’ era meno pluralismo di adesso…”. Pronta replica del conduttore, che non riesce a rinunciare al sorriso tv: “C’ e’ chi ha amicizie piu’ imbarazzanti delle mie”. E cominciata cosi’ . E se fosse continuata sullo stesso tono, la trasmissione sarebbe finita probabilmente prima del limite per invasione di campo. Ma, dopo uno scambio dl genere, i duellanti hanno lasciato i guantoni e sono passati a sciabole e fioretti, senza peraltro affibbiarsi colpi mortali. Gli argomenti sono sempre gli stessi: il “federale” Teodoro Buontempo, braccio destro di Fini confermato in Campidoglio, con i suoi avvisi di garanzia, Rutelli ostaggio dei partiti che lo sostengono. La questione morale: “Tu annaspi” accusa Rutelli. “Annaspi tu” risponde Fini. Le tasse: “Il ricavato deve essere investito dove viene versato, circoscrizione per circoscrizione” promette Rutelli. Fini: “Bisogna abbassare l’ ICI e incentivare gli investimenti”. Un giornalista di l’ Unita’ formula a bassa voce una domanda micidiale: “Fini, non capisco perche’ lei dice che andra’ alle Fosse Ardeatine se sara’ sindaco. E se non sara’ eletto non ci andra’ ?”. Il segretario del Msi replica provocatorio: “Non mi meraviglio che uno dell’ Unita’ non capisca…”. Il cronista: “Lei offende”. Qualche parola forte senza microfono e l’ incidente si ferma. Il dibattito riprende. Il livello e’ basso. “Rutelli, tu sei la faccia presentabile di una moneta fuori corso” dice Fini alludendo al “vecchio sistema” che appoggerebbe il candidato progressista e contro il quale si batterebbe l’ esponente della destra. Mentana non ne puo’ piu’ : “Giudicheranno i telespettatori” chiude salomonico. Il gran finale dello scontro tra i due aspiranti alla “poltronissima” del Campidoglio si terra’ domani. Rutelli al Palasport, Fini al Teatro Tenda. Ciascuno con i suoi, senza dover subire la presenza dell’ avversario. Ormai i due sembrano non poterne piu’ delle decine di ring messi in piedi da giornali, tv, categorie, associazioni di ogni tipo. Prima di iniziare la trasmissione, ieri si sono ignorati. L’ ultimo sondaggio Cirm indica Rutelli al 53,5%, mentre Fini si attesta al 46,5%.

Pullara Giuseppe (dal Corriere della Sera del 02 dicembre 1993)

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Analisi

In 6 mesi alla guida del PD, Veltroni e Bettini sono riusciti a fare più danni di Gengis Khan.

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Vengo anch’io

Gianni Alemanno è diventato grande. Solo per quest’anno.

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Autocandidature

Prima avevo detto dodici mesi. Poi, pervaso dal pessimismo, avevo puntato sugli otto. Alla fine sono bastati cinque giorni per far vacillare le convinzioni democratiche di Massimo Calearo.

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Cambiare

La storica debacle della sinistra riformista italiana è la naturale conseguenza dell’aver voluto cambiare gli italiani, invece che l’Italia.

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Riformismi

In quel clima, il 23 settembre 1946 Palmiro Togliatti piombò fulmineamente a Reggio Emilia, si chiuse in una stanza con il sindaco comunista Cesare Campioli, insieme a due altri sindaci rossi, Giuseppe Dozza di Bologna e Alfeo Corassori di Modena. Togliatti chiarì qual era la linea e fischiò la fine dei disordini, in cui erano coinvolti partigiani violenti, estremisti sbandati e alcune strutture del Pci locale, prima con un celebre discorso al teatro Municipale, passato alla storia con il titolo “Ceti medi ed Emilia rossa”, e poi con il siluramento alla muta dell’intera federazione reggiana.

I ceti medi e l’Emilia rossa costituivano i cardini di un progetto politico applicato all’antropologia emiliana. A dispetto delle leggende, i progetti politici non nascono direttamente dal cervello dei capi. Il Migliore era un uomo dotato di una sua duttilità tattica ma era pur sempre uno dei capi del partito bolscevico sovietico, come lo chiamava il ministro Scelba. L’idea di un compromesso a suo modo storico tra l’egemonia comunista e la realtà delle classi borghesi nasceva dalla consapevolezza che l’Emilia era un’isola rossa in un mare bianco, la rivoluzione non era alle porte, che c’erano le condizioni per creare benessere e distribuirlo: “Compagni,” disse Togliatti ai funzionari comunisti “qui da voi c’è l’occasione storica di dimostrare che il socialismo si può fare pacificamente, con un largo fronte democratico, in cui le ragioni del lavoro e quelle del capitale possono collaborare per far vedere al bloco reazionario che i comunisti sono capaci di fare star bene il popolo”. Nel breve silenzio che seguì queste parole, una voce sussurrò distintamente: “E la rivolussione?”.

Togliatti, come scacciando una mosca, fece finta di non aver sentito; soggiunse che l’obiettivo finale rimaneva il ribaltamento delle strutture sociali di classe, ma che intanto tutti, cioè chiunque non fosse uno stupido patentato, dovevano prepararsi a un lungo cammino dentro le istituzioni: la democrazia “progressiva” implicava la capacità di amministrare, approfittando delle libertà democratiche formali per assicurare al partito il consenso delle masse e degli strumenti della lotta democratica per fare avanzare la libertà. Se poi in questo quadro aumentava anche la ricchezza, tanto meglio. Gli imprenditori democratici sarebbero stati contenti, e le casse del partito se ne sarebbero giovate. Il compagno Ivan Codeluppi di Correggio stava rimuginando da qualche minuto su questi temi così sdrucciolevoli, e aveva sulla punta della lingua una domanda eretica, un dubbio, un sospetto, qualcosa come “Ma non dovevamo fare come in Russia?”, allorché Togliatti chiuse bruscamente il discorso, guardò in sala come per dire “Ci siamo capiti”, e in quel momento dal giradischi al lato del palco partì gracchiando “Avanti popolo”. Tutti si alzarono in piedi, con il pugno alzato, intonando l’inno comunista a gola spiegata, e le obiezioni al compromesso emiliano svanirono fra le note rassicuranti di Bandiera rossa.

(Edmondo Berselli, Quel gran pezzo di Emilia)

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La saga dell’ombrello

L’infinita saga dell’ombrello coglie nuovamente lo stoico protagonista, l’uomo di sinistra, nella sua più riuscita interpretazione: colui che non è stato capito. Fatta eccezione per le strenue avanguardie intellettuali che da sempre si battono per chiarire che è la sinistra a non vedere in tempo gli ombrelli, l’uomo di sinistra pensa, al contrario, che sia stato l’ombrello a non vedere lui. Ne discende, sulle prime, quel tipo di magone cosmico che, dalla spedizione suicida di Rutelli nel 2001 al disastro elettorale di questi ultimi giorni, porta a considerare il mondo come un’unica sordida Vandea, riottosa al progresso e ai buoni sentimenti, irta di forconi. Questa prima fase, nobilmente malinconica e parecchio deprimente, ha però qualche pregio: perché, scaricata sulle forti e generiche spalle del mondo la responsabilità delle proprie disgrazie, l’auto-compassione porta l’uomo di sinistra a prendersi cura di sé: si imbozzola, si sfoga al telefono o sui giornali con i compagni di ombrello, ascolta buona musica accompagnata ad un sensibile broncio.

Molto più dannosa è la seconda fase, quella detta “analisi“. L’analisi consiste, sostanzialmente, nell’aprire l’ombrello prima di averlo estratto. Se un attimo prima tutta la colpa era solo esterna ora, di colpo, diventa solo interna. Il mondo viene riabilitato e rinominato, più razionalmente, “la società”. E la società, per definizione, ha sempre ragione: è dinamica, è vitale, è moderna, è affascinante. Siamo noi che siamo dei cretini, dei cialtroni, dei praticoni maldestri, dei falliti.

È l’avvio della terza fase, la fase terminale: inglobata la colpa, la sinistra si ingloba anche l’ombrello. Il mondo e la società, prima perfidi e traditori, poi affascinanti e malcompresi, ora semplicemente scompaiono. Diventano semplici e docili variabili del pensiero e dell’azione della sinistra. Dei suoi imperdonabili errori ma anche dei suoi impulsi virtuosi. Tutto è dipeso (e dipenderà) da quel discorso che fece Tizio al congresso, dall’attacco proditorio di Caio contro l’articolo di Sempronio. Tutto dipendeva e dipenderà da noi, dalle nostre scelte, dalle nostre parole, dai nostri documenti, dai nostri articoli. Esistiamo solo noi, il mondo e la società siamo noi, ergo l’ombrello ce lo siamo messi in quel posto da soli, e solo noi possiamo provvedere a estrarlo.

La riunione è sciolta fino al prossimo ombrello.

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