Profezie che non si avverano

Sembrano eccessive le reazioni alla crisi dei mercati finanziari. La crescita dei cosiddetti mutui subprime è un fenomeno fisiologico in mercati finanziari ad alta capacità di diversificazione del rischio. Stati Uniti ed Europa potranno anche registrare un raffreddamento dei tassi di crescita di consumi e produzione nel prossimo futuro, ma la dimensione del fenomeno sarà probabilmente contenuta grazie ai benefici del risk-sharing internazionale. Diversa e più importante è la questione delle ricadute sull’economia reale. Ma se dovessero esserci, la Fed saprà senz’altro anticiparle con un taglio dei tassi di interesse.

(Tommaso Monacelli, da LaVoce.info del 28 agosto 2007)

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Bamboccioni (per scelta o necessità)

Quasi la metà dei ragazzi italiani in età compresa fra i 25 e i 34 anni vive con i genitori (il 47,7%). Peggio di noi fanno solamente Malta, la Romania, la Grecia, la Slovenia e la Slovacchia. La distanza rispetto ai maggiori paesi europei è abissale: in Germania restano a casa solo 18 giovani su 100, mentre in Francia solo 13. Il confronto si fa poi davvero imbarazzante quando tiriamo in ballo la penisola scandinava: in Svezia solo il 3,9% dei giovani resta in famiglia, percentuale battuta dalla Danimarca: solo il 2,8%. Si tratta solo di fattori culturali o c’è dell’altro?

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La Cina sempre più vicina

Accoglienza di tutto rispetto quella che l’Italia ha garantito al premier cinese Wen Jiabao. E i motivi ci sono tutti. Nel decennio che ci apprestiamo a lasciare alle spalle il volume del commercio fra UE e  Cina è più che triplicato. Oggi la Cina rappresenta il secondo partner commerciale dell’UE, subito dopo gli Stati Uniti. L’Europa esporta l’8,5% dei suoi beni verso i mercati cinesi: di questi il 47% proviene dalla Germania, il 10% dalla Francia e l’8% dall’Italia. Viceversa, l’UE importa il 17,8% delle proprie merci dalla Cina. Anche qui a fare la parte del leone è la Germania con il 23%, seguita dai Paesi Bassi con il 17%, il Regno Unito con il 13% e l’Italia con il 10%.  Chissà cosa ne pensano i dirigenti leghisti, sempre pronti ad addossare alla Cina i guai del proprio blocco sociale di riferimento.

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Ne stiamo uscendo meglio di altri. Forse…

Buone notizie dagli ultimi dati forniti oggi da Eurostat. Nel secondo trimestre del 2010 il PIL è cresciuto del 2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mostrando una marcata accelerazione rispetto al dato registrato nel primo trimestre (+0,7%). A fare la parte del leone – manco a dirlo – la Germania, che mette a segno un incremento del 3,7% che va a sommarsi al 2% segnalato ad inizio anno. A mostrare una dinamica favorevole è inoltre tutta la penisola scandinava (Danimarca +3,8%, Finlandia +3,4%, Svezia +4,5%), mentre chi evidenzia ancora saggi di crescita negativi – sebbene di entità minore – sono Lituania e Romania. Preoccupante è invece la situazione di Grecia e Irlanda, che dopo i già pesanti cali dei trimestri precedenti, hanno invertito la tendenza al recupero segnalando rispettivamente un -3,7% e un -1,8%. L’Italia mostra infine un tasso di crescita dell’1,3%: un dato incoraggiante se paragonato a quelli dei trimestri precedenti, ma preoccupante se valutato in un ottica europea. Tolte le già citate Grecia e Irlanda, nell’area dell’euro solo la Spagna (-0,1%) ha fatto peggio di noi.

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Toglietemi tutto, ma non il mio SUV

Un indice affidabile e significativo della redistribuzione del reddito che è avvenuta in Italia nell’ultimo decennio sono i dati forniti dall’ACI sulla dinamica del parco automobilistico italiano. Negli anni fra il 2001 e il 2009 il numero di veicoli presenti in Italia è crescito da 33,2 milioni a 34,4. Le automobili di piccola cilindrata (fino a 1200 cc) sono diminuite da 13,5 a 12 milioni, mentre quelle da 1600 cc in su sono aumentate di 2,1 milioni. All’interno di quest’ultima categoria sono state le auto di massima cilindrata a far registrare la crescita maggiore: le auto da 1600 a 2000 cc sono cresciute di poco meno del 20%, quelle da 2000 a 2500 sono aumentate del 25%, quelle oltre i 2500 cc – quasi 520mila veicoli – sono cresciute di quasi l’80%. Di queste – particolare non insignificante, visto quanto consumano – ce ne sono poco meno della metà che funzionano a benzina. Ipotizzando un prezzo unitario “prudente” di 50 mila euro a vettura, nella categoria a cilindrata massima si sono spesi dai 21 ai 23 miliardi di euro per acquistare questi giocattoli per adulti, oltre due punti di PIL. L’ACI calcola che il costo annuo di esercizio per questo tipo di veicoli per una percorrenza media di 20 mila chilometri si aggiri fra i 16 mila e i 20 mila euro, il doppio di quello che guadagna un co.co.pro e assai di più di un reddito annuo con cui vivono circa 7 milioni di famiglie in Italia. Moltiplicando per 520mila sono circa 5-6 miliardi di euro l’anno, cioè quello che lo Stato risparmierebbe de-indicizzando tutte le pensioni.

Da dove vengono tutti questi soldi? Certo non dai ranghi dei percettori di reddito fisso i cui prezzi relativi (che sono poi salari e stipendi) secondo l’ISTAT sono restati fermi o addirittura sono scesi. Devono quindi necessariamente venire dal settore delle imprese e dai percettori di redditi autonomi più elevati. Il governo Berlusconi, oltre a beneficiare i ricchi attraverso lo scudo fiscale, ha permesso a questi di comprarsi questi eco-mostri a spese della collettività. Mentre il reddito nazionale stagnava e i consumi di beni di prima necessità mostravano una dinamica modesta, crescevano gli acquisti di beni di lusso come appunto le auto di elevata cilindrata. Quello che è accaduto al parco auto italiano è una buona rappresentazione di quel fenomeno di polarizzazione della società italiana che è avvenuto nel corso degli ultimi 10 anni. Come è noto gli italiani, al netto di qualche risparmio liquido e dei beni immobiliari, sono proprietari solo di automobili, anche per la scarsissima offerta di un sistema di trasporto pubblico. Vedere che negli ultimi anni si sono vendute più macchine grandi e meno macchine piccole significa concludere che chi se l’è comprate ha potuto permettersi sia il costo iniziale che quello d’esercizio. Conoscendo il reddito medio dei lavoratori dipendenti, c’è da escludere che siano stati loro. Naturalmente decidere di redistribuire il reddito verso l’alto è una legittima scelta politica. Ma ha conseguenze macroeconomiche non indifferenti. Per restare al campo delle automobili, la FIAT notoriamente non produce né SUV né auto di grande cilindrata. Oltre l’83% dei veicoli di fascia alta è importato dall’estero. Sono dati su cui riflettere.

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Le gambe di lepre dei capitalisti italiani

Per caso mi sono capitati per mano i dati dei flussi di capitale in uscita dall’Italia verso la Svizzera nel periodo che va dal maggio 2005 (dopo la vittoria a valanga del centro-sinistra alle elezioni regionali) e la fine dello stesso anno. Un +197% rispetto all’anno precendente e un +371% rispetto alla media annua 2001-04. Luigi Einaudi amava dire che i capitalisti italiani hanno il cuore di coniglio e le gambe di lepre. Aveva ragione.

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The Eurozone crisis

The Eurozone crisis is more specifically due to structural biases arising from the operation of the EMU. An analysis I have found particularly compelling has been offered by a network [...] called Research on Money and Finance. They point to the sharp internal division which has emerged between the core, led by Germany and including Holland, and the periphery of Spain, Portugal, and Greece. (Ireland is a special case). Core and periphery are best considered regions rather than countries: France straddles both. This division has been reflected in the progressive loss of competitiveness by the periphery. The competitiveness of the core has benefited from pressure on workers’ wages which, in Germany, has meant practically stagnant real wages for well over a decade.

(Robert Skidelsky, Europe’s Debt Crisis and Implications for Policy)

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