Da Poggibonsi a Strasburgo

Io naturalmente concordo in pieno con l’editoriale di ieri di Roberto Gualtieri sul ruolo delle preferenze come antidoto alla formazione di oligarchie. Però c’è un’altra cosa, che mi sta ancora più a cuore, e che riguarda soprattutto le scelte interne al mio partito. Perchè sono sicuro che da oggi a giugno la retorica europeista farà da padrona e in ogni dibattito pubblico sentiremo dire che il 2009 sarà l’anno dell’Europa e che sarebbe un delitto se l’Italia si presentasse a questa scadenza facendone l’oggetto di dispute politiche di carattere del tutto interno e provinciale. Però guardiamo i fatti: nell’ultima legislatura europea, dei 78 membri eletti dall’Italia, solo 49 termineranno regolarmente il loro mandato (il 63%). Molti sono finiti a fare i ministri in Patria, altri hanno preferito fare ritorno ai Parlamenti nazionali, alcuni hanno assunto incarichi istituzionali a livello locale, altri sono ritornati alle originarie professioni. Il subentro – pratica tipicamente italiana assai comune e trasversale – colpisce in massima parte il Partito Democratico: ben 12 dei 29 rimpiazzi hanno riguardato le sue fila (il 41% del totale). E a questa imbarazzante transumanza si è aggiunta la confusione creata da una lista – la ben nota “Uniti nell’Ulivo” – che una volta approdata al Parlamento europeo ha lasciato liberi i propri eletti di iscriversi al gruppo parlamentare che preferivano, con il risultato – ben poco apprezzato dai nostri colleghi europei – di una continua trasfusione di deputati da una delegazione ad un’altra, a mano a mano che giungevano dimissioni e subentri.

Dato questo non edificante quadro sarebbe opportuno che il Partito Democratico, oltre alla collocazione in un gruppo parlamentare unico, decidesse anche quale ruolo giocare all’interno del Parlamento europeo. Operare con profitto in una istituzione sovranazionale richiede impegno e competenza. E se la prima è una dote innata, la seconda si acquisisce sul campo. Mandare al Parlamento europeo anziani notabili, vallette in declino, orfani del terrorismo, vedove di guerra, figli di amici, giornalisti militanti, imprenditori rapaci e desaparecidos della cultura può pure portare qualche voto in più, ma rischia di riempire i banchi delle commissioni di mummie pronte a dimettersi appena si apriranno loro le porte di migliori e meno noiosi incarichi. La sinistra dispone ancora sul territorio di una vasta classe dirigente composta di amministratori locali, associazioni, sindacati. Tutte persone – più o meno giovani – che hanno accumulato esperienze a vario titolo nella vita pubblica e che potrebbero dare il loro utile contributo pure in una istituzione importante come il Parlamento europeo. Sarà pur vero, come sostiene con astuzia Berlusconi in questi giorni,  che per “contare” in Europa sia necessario rafforzare la presenza italiana nelle due grandi tradizioni politiche continentali, quella conservatrice e quella socialdemocratica. Ma i deputati non solo si contano, si “pesano”: Michele Santoro e Gianni Pittella non sono la stessa cosa, così come non lo erano – nel recente passato – Giorgio Napolitano ed Enrico Montesano.

Mandare una squadra qualificata a Strasburgo non servirebbe però soltanto a rafforzare il proprio peso in Europa. Per opinione assai diffusa, buona parte della classe dirigente nazionale e locale del centro-sinistra è all’ultimo giro della corsa. E – al netto di quelli che sognano Ivan Scalfarotto premier o Marco Travaglio ministro della Giustizia – c’è l’altrettanto diffusa consapevolezza che i rincalzi saranno peggiori degli uscenti. Perchè di Piero Fassino, Massimo D’Alema, Livia Turco, Pierluigi Bersani, Cesare Damiano e di tutti gli altri si può scrivere pure tutto il male possibile, ma non che non siano stati all’altezza dei loro compiti. Ma loro erano prodotti di quella insuperabile scuola di dirigenti che era il Partito (di cui Cundari ci ha dato  giorni fa una commovente descrizione), mentre le nuove leve rischiano di venire fuori – per ben che vada – da qualche summer school del PD. E se permettete, non è esattamente la stessa cosa. Avere a disposizione un gruppo che si è fatto le ossa a livello locale e che ha respirato l’aria che spira al di là delle Alpi forse potrebbe essere utile per non trovarsi a dover rimpiangere i bei tempi andati. E magari, poi, a non doverci sentir dire (per l’ennesima volta), quando e se capiterà l’occasione di vincere un’elezione, che al Ministero dell’Economia ci vuole una persona “di credibilità internazionale” e che il sindaco di Poggibonsi non va bene.

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1 commento

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Una risposta a “Da Poggibonsi a Strasburgo

  1. Ale

    “La sinistra dispone ancora sul territorio di una vasta classe dirigente composta di amministratori locali, associazioni, sindacati.”E chi ci va a fare il cameriere al ristorante etnico alla festa dei democratisci se li sprechiamo nella politica?

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