Maggio 15, 2008
Qualcuno è in grado di spiegarmi la differenza fra l’incarico di “Coordinatore dell’Area Organizzazione” (Giuseppe Fioroni) e “Responsabile Organizzativo” (Andrea Orlando)? E, visto che ci siamo, qualcuno sa pure spiegarmi la differenza fra l’incarico di “Coordinatore dell’Area Studi, Ricerca e Formazione” (Giorgio Tonini) e “Responsabile Formazione” (Anna Maria Parente)?
Maggio 12, 2008
Dopo mesi di disorientamento, finalmente si comincia a tornare alla normalità: la sinistra fa l’opposizione e l’Inter perde gli scudetti.
Maggio 9, 2008
I sondaggi di Repubblica sono ormai diventati un cult. Dopo mesi e mesi di sondaggi fasulli che mostravano una rimonta veltroniana che non c’è stata, è il turno della fiducia al governo. Secondo il giornale di Ezio Mauro, l’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi resta ben 14 punti percentuali al di sotto di quello presieduto da Romano Prodi. Peccato che il paragone venga fatto non con il dato di maggio 2006, quando il governo dell’Unione entrò in carica, ma con quello rilevato 12 luglio 2006, tre giorni dopo la conquista del campionato del mondo di calcio da parte della Nazionale Italia (e, guardacaso, il Ministro dello Sport Giovanna Melandri svetta in testa alla classifica dei più amati dagli italiani).
Maggio 8, 2008
A poche settimane dalla disfatta elettorale di Walter Veltroni, la sinistra italiana si scopre senza più passioni, nemmeno la civile e indispensabile passione di fare politica. La sinistra non cresce, non mobilita, parla a fatica anche con parte della sua gente dispersa. Si potrebbe dire che la sinistra è stanca. In realtà, come sempre, i problemi non sono psicologici o fisiologici, ma schiettamente politici. Prima di tutto, c’è il sentimento diffuso per la violenta personalizzazione di una neonata formazione politica a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi, che è diventato rapidamente risentimento un minuto dopo che si sono chiuse le urne ed è apparso chiaro a tutti che ci si era schiantati contro un muro. Il campo della sinistra di governo si presenta così diviso nella tattica e divaricato nella analisi e nella strategia, percorso da inimicizie e attraversato da diffidenze. Ci sono almeno due visioni politiche del futuro che nascondono due concezioni opposte del centro-sinistra. Dietro tutto ciò, resiste un equivoco di fondo sulla natura, i limiti e le potenzialità del Partito Democratico. Eppure, la risposta è semplice: il Partito Democratico non poteva essere trasformato nel precipitato storico del concetto di sinistra, o peggio nel suo sostituto. La sinistra in Italia c’era prima del Partito Democratico e prima dell’Ulivo, ci sarà dopo, e c’è persino altrove, fuori dai confini del nostro Paese. Né si capiscono le polemiche furiose che per lungo tempo gli obamaulivoveltronisti hanno imbastito contro i partiti organizzati e strutturati, come se i partiti fossero organismi antidemocratici (una concezione che ha corso solo in Italia), soggetti usurpatori e non soggetti costituenti della realtà politica presente e futura. Oggi, con una rapidità che impressiona, si sono tutti convertiti al partito strutturato, radicato e tesserato. E pazienza se questo è proprio quello contro cui hanno combattuto per un anno intero. A loro nessuno chiederà mai il conto di queste continue giravolte.
Maggio 7, 2008
Alfano, 37 anni. Prestigiacomo, 41 anni. Gelmini, 34 anni. Zaia, 40 anni. Meloni, 31 anni. Carfagna, 32 anni. In mezzo alla giovane squadra del Berlusconi IV quei due rompicazzo di Ivan Scalfarotto (43 anni) e Mario Adinolfi (37 anni) passerebbero per due vecchietti.
Maggio 6, 2008
“Il vero problema italiano è che da noi i Poteri Forti non ci sono. [...] I cosiddetti salotti buoni del capitalismo italiano in realtà sono Poteri Deboli. Sono deboli rispetto alla competizione internazionale, sono deboli rispetto all’assetto forte del capitalismo internazionale, e proprio perchè sono deboli hanno bisogno di una politica che renda loro dei servizi e utilizzano i mezzi di informazione per tenere la politica sotto scopa. [...] Berlusconi è l’espressione di questo capitalismo. Di un capitalismo che ha bisogno del potere politico per le sue debolezze, che è scarsamente competitivo su scala internazionale, che ha bisogno di protezione, che teme la sfida aperta”.
(Massimo D’Alema, 04 maggio 2008)
Maggio 2, 2008
Knut Wicksell è in parecchi sensi l’Alfred Marshall della Scandinavia. Tra i suoi tratti caratteristici ci sono l’onestà nel riconoscere il contributo altrui, l’umiltà nel riconoscere i limiti delle proprie analisi, l’intelligenza nell’evitare generalizzazioni indebite, lo straordinario acume nell’anticipare sviluppi successivi. Tuttavia, a differenza di Marshall, Wicksell non ricevette in vita grandi riconoscimenti, neppure nel suo stesso Paese. Fu solo negli anni Trenta, per iniziativa di Kahn e Keynes, che il nome e soprattutto il pensiero di Wicksell cominciarono a circolare in una cerchia più vasta di economisti.
Vari furono i contributi dati da Wickell alla teoria economica. Fra gli altri, ricordiamo il lavoro sulla teoria del capitale e dell’interesse, lo sviluppo di una teoria della distribuzione del reddito, le idee innovative sulla finanza pubblica e sulla tassazione ottimale e, soprattutto, l’enorme contributo dato alla teoria monetaria e alla spiegazione dei cicli economici. Per questi ultimi fu grande, e sempre riconosciuto, il debito intellettuale nei confronti del pensiero della scuola austriaca.
Sul piano dell’impegno politico-sociale, Knut Wicksell si schierò su posizioni decisamente riformiste. Si battè a favore di programmi di redistribuzione dai ricchi ai poveri, e ciò gli procurò non pochi problemi sul fronte della carriera accademica. Nessuno scrittore del periodo edwardiano giunse vicino all’ideologia del New Deal più di Wicksell. Non a caso egli respinse il marxismo, che peraltro conosceva benissimo, sia come strumento per comprendere le leggi di movimento del capitalismo, sia come guida per l’azione volta al miglioramento delle condizioni della classe operaia. Assai meglio di Marshall, Wicksell si rese conto del fatto che un equilibrio concorrenziale non necessariamente porta ad uno stato di massimo benessere sociale, né tantomeno ad uno stato equo. Inoltre comprese che, operando sulle dotazioni iniziali dei soggetti, è possibile condurre il sistema verso uno stato che, oltre che efficiente, risulti eticamente accettabile. Tuttavia Wicksell sottolineò con forza la tesi secondo cui il conseguimento dell’efficienza in nessun modo costituisce un obiettivo moralmente incontrovertibile, e dunque che non c’è spazio, nella teoria economica, per alcuna apologia del sistema capitalistico. Un insegnamento da non dimenticare.